Durante il periodo fascista è sempre rimasto vivo ed attivo un importante nucleo operaio antifascista a Castiglione dei Pepoli.
L’attività antifascista aveva origine nel fatto che la tradizione di lotta antifascista è sempre stata molto profonda e anche perché la maggioranza degli operai del luogo, durante gli anni della costruzione della «Direttissima», diventarono provetti minatori ricercati in tutto il mondo ed ebbero così contatti con un ambiente internazionale del movimento operaio di cui diventarono parte attiva.
Ricordo che nel 1932, poco dopo la partenza di mio fratello Fiobo per la Francia, a Castiglione vennero diffusi volantini del partito comunista e una bandiera rossa fu alzata su un palo telegrafico che fu poi coperto di sterco e circondato da fili spinati perché la bandiera rossa restasse esposta il più possibile.
Mio fratello Fiobo si arruolò nel 1936 nella Brigata internazionale di Spagna e con lui erano altri lavoratori di Castiglione emigrati in Francia per lavoro: Arturo Fogacci, Giuseppe Poli, Giuseppe Degli Esposti, Giovanni Cerbai.
Mio fratello morì combattendo sul fronte dell’Ebro dove era andato sebbene fosse ancora in cura per ferite riportate in un precedente scontro. Morirono in Spagna anche i castiglionesi Poli e Fogacci.
Già attivo antifascista, quando cadde il fascismo io ero in contatto con la Resistenza bolognese.
Dopo l’8 settembre, ritornò a Castiglione Giovanni Cerbai, che era fuggito dal carcere dove era stato rinchiuso dal termine della guerra di Spagna.
Cerbai era un dirigente del movimento comunista, già conosciuto e stimato nella zona non solo per la sua partecipazione alla guerra di Spagna, ma anche per l’attività precedente.
Io lo aiutai più volte a sfuggire ai fascisti, mandandolo ora a Roncobilaccio, ora a Sasseta e anche nella «Todt», dove organizzò persino uno sciopero dei lavoratori contro i tedeschi.
Quando mi accorsi che oramai era impossibile nasconderlo decisi di portarlo a Sasso Marconi e per fare ciò lo nascosi all’interno di un carico di legna da ardere che trasportavo su un camion verso Bologna. Disposi il legname in modo da lasciare posto al suo corpo e le cose andarono bene e Cerbai poté unirsi ai partigiani della 62ª brigata.
Durante la battaglia di Porta Lame, Cerbai fece parte del gruppo della 62ª brigata che si affiancò al 7° GAP. Successivamente venne catturato e di lui non si sono più avute notizie, né si è saputo dove e come è morto.
A Castiglione, dopo 18 settembre, si formarono diversi gruppi partigiani che si insediarono a Lagaro e Baragazza, a contatto con la «Stella rossa».
Il comandante del gruppo di Lagaro era Bill e quelli del gruppo di Baragazza erano Ettore, il falegname, e Celso, lo scalpellino. Questi gruppi facevano atti di sabotaggio, bloccavano il traffico tedesco sulla Futa e sulla strada Bruscoli-Pian del Voglio e sulla strada della Valle di Setta.
In complesso, da qualche decina di partigiani si passò ad un centinaio solo nel capoluogo e circa duecento nella zona.
Nell’estate del 1944 fu disarmata la caserma della milizia di Ca’ di Landino, senza perdite di parte nostra. Un’altra azione fu svolta a Ca’ dei Cerri, dove fu disarmato il presidio fascista e fu recuperata e in parte distrutta la stazione radio.
Un’azione importante venne compiuta in pieno giorno nella galleria della «Direttissima», nei paesi della stazione della «Precedenza».
Dentro la galleria c’era un treno militare pieno di carburante e munizioni. Noi entrammo dentro alla galleria come operai: avevamo tesserini falsi e la cosa non ci fu difficile.
Mettemmo dentro a un vagone di carburante e uno di munizioni due micce lunghe e i tedeschi non se ne accorsero.
Poi salimmo per il «pozzo maledetto» che dall’interno del tunnel esce a Ca’ di Landino attraverso 1800 gradini, con dislivello di 500 metri.
Eravamo a metà strada nel «pozzo» quando sentimmo il boato. Tutto il treno, tranne il locomotore e quattro vagoni, fu distrutto e la galleria fu invasa dalle fiamme.
Castiglione de’ Pepoli fu liberata il 27 settembre 1944 dalle formazioni partigiane.
Occupammo il centro alle 8 del mattino, disarmammo i fascisti e occupammo il Municipio.
Alcuni fascisti si inginocchiarono davanti a noi e ci chiesero anche di combattere i tedeschi con noi.
Il podestà, tale Spaccialbello, mi venne vicino e si inchinò, salutandomi.
Io gli dissi che ero sempre quello di prima e andai avanti. Non vi furono vendette nel paese e quando le avanguardie inglesi e sudafricane arrivarono, due ore dopo circa, il paese era già tutto controllato dalla Resistenza.
In uno degli ultimi scontri contro i tedeschi, morì il partigiano Luigi Luccarini che in brigata era chiamato «l’uomo coraggio».
Durante la prima settimana della liberazione il paese era governato da un ufficiale inglese che ci elogiò tutti e ci diede i diploma.
Naturalmente dovemmo consegnare le armi. Poi venne un governatore americano che quando si accorse che eravamo tutti comunisti si arrabbiò e minacciò di mandarci tutti in un campo di concentramento.
Ma poi ci ripensò, riprese a bere whisky e offrì sigarette a tutti, tranne al sindaco e al vice sindaco del momento dicendo loro: «A voi niente, non essere comunisti».