Il 10 giugno 1940, quando Mussolini pronunciò la dichiarazione di guerra, io ero a Burzanella di Camugnano, dove reggevo quella Parrocchia.
Anche in quella piccola frazione era giunto l’ordine di riunire il popolo nella piazza del paese e io pure andai per sentire lo «storico» annuncio. La notizia, per quanto fosse nell’aria, mi sconvolse e i miei sentimenti contrari al fascismo, alla prepotenza, alla violenza (mio padre era un vecchio socialista), mi portarono a manifestare apertamente e pubblicamente il mio dissenso.
La montagna, com’è noto, ha grandi orecchie e la cosa venne risaputa in alto ed ebbi dei richiami.
Il Cardinale Arcivescovo, di santa memoria, Giovanni Battista Nasalli Rocca, al quale mi rivolsi, mi consigliò, per evitare dei guai, di presentare una domanda come Cappellano militare, pur sapendo che i Parroci non li prendevano.
La mia domanda, infatti, fu respinta e così pure quella di Don Dogali Busi, Parroco di Pioppe di Salvato.
Verso la fine dell’anno il Cardinale però mi fece chiamare per dirmi che aveva avuto la richiesta di un Cappellano per gli operai militarizzati in Germania. Mi disse che, se avessi accettato, avrei egualmente conservato la Parrocchia e gli avrei fatto piacere.
Accettai e andai a Saarbrücken, con giurisdizione sul Gau Westmark und Gau Koblenz e in più occasioni mi scontrai, venni persino alle mani, coi delegati sindacali fascisti e coi Lagerführer che negavano i viveri che provenivano dall’Italia, destinati ai nostri operai, come ne è testimone il dottor Vincenzo Niccolato di Caldiero di Verona.
Dopo il 25 luglio 1943 le cose peggiorarono ancora e io fui due volte arrestato, una volta a Neustadt e un’altra a Heidelberg, sempre per dissenti che avevo per le questioni operaie, per il trattamento dei lavoratori, e una volta fui fermato e furono imposti vincoli ai miei movimenti.
Dopo un breve ricovero nell’ospedale di Merlebaach, chiesi di tornare in Italia, ma il consenso mi fu negato.
Io però partii egualmente e giunsi ad Innsbruck proprio nel momento in cui la città fu investita da un bombardamento aereo. Lo sbandamento generale mi favorì e passai la frontiera senza difficoltà e poi, un po’ a piedi, un po’ con mezzi di fortuna, giunsi a Borgo Panigale e di qui a Riola di Vergato.
Per raggiungere Burzanella presi il taxi di un certo Biagini, molto noto a Riola, e fu da lui che, durante il tragitto, ebbi informazioni sulla situazione.
Io ascoltavo, senza pronunciarmi, ma ormai, tenuto conto anche della mia dura esperienza in Germania, le idee essenziali si erano già formate.
L’Italia era sotto il regime d’occupazione militare tedesco, vigevano le leggi tedesche di guerra, il fascismo non era che una finzione rimessa in piedi per mascherare la fine dell’indipendenza nazionale e anche perché ai tedeschi faceva da comoda copertura.
Capii subito che i giorni più duri e tragici erano ancora da venire e che di fronte a tale prospettiva non si poteva stare neutrali.
Con questi pensieri, certamente ancora confusi nella mia anima, giunsi nei pressi della mia Chiesa e casa Canonica, dalla quale da tanto tempo ero assente e sapevo anche che mi avevano già dato per morto in Germania.
Il primo essere vivente che mi sentì arrivare fu la mia cagnetta «Miren» che mi riconobbe da lunga distanza. Poi vennero i miei, i tanti amici e fu un incontro indimenticabile.
Pochi giorni dopo feci un’adunanza notturna nella Chiesa e chiamai tutti gli uomini della Parrocchia.
Quando cominciai a parlare notai che si fece un gran silenzio. A un certo punto dissi: «Dovete aderire tutti alla repubblica di Salò...» e subito fui interrotto da un mormorio di meraviglia e disapprovazione.
Ma io continuai: «Non ho finito, aderite, arruolatevi e poi scappate con le armi e fermatevi nella macchia e di notte venite ad avvertirmi». Notai subito che dalla disapprovazione si passò a un generale consenso.
Poi dissi che si doveva immediatamente costruire un grande rifugio e che dall’alba al tramonto per questo fine si doveva lavorare volontariamente. Alle 7 suonavo le campane come segnale d’inizio dei lavori e così fu fatto un grande rifugio perforando il monte dal torrente Vezzano a un altro torrentello.
Man mano che i giovani cominciarono a ritornare con le armi formai i primi gruppi di patrioti nominando i capo gruppo: il geometra Tonino Pezzati per la frazione di Verzuno, il ragioniere Alfonso Vannini per la frazione di Vigo, Dante e il tenente Giovanni per la frazione di Monteacuto Ragazza, Ottorino Ruggeri (Bill) e altri per Lagaro e Castiglione dei Pepoli.
In dicembre l’avvocato Ferdinando Rozzi mi mandò, da Bologna, un gruppo di ebrei guidati dall’ingegnere Italo Finzi, però questo gruppo mi diede molte preoccupazioni e pensieri per il comportamento non troppo corretto ed individualistico; infatti pensavano solo a se stessi e non si curavano degli altri.
Alla fine dell’inverno, quando non ce la facevo più a controllare da solo la situazione, dato l’accrescersi dei gruppi sparsi, andai a Bologna e Rozzi mi mise in contatto con Mario Bastia e Massenzio Masia, dirigenti di prestigio del CLN provinciale.
Esposi la situazione, dissi che avevo bisogno di comandanti militari capaci che mettessero ordine nel movimento, che orientassero i giovani. Mi promisero due ufficiali, ma poi me ne inviarono solo uno, il capitano Nando Pandiani.
L’esperimento però fu infelice perchè l’ufficiale non si dimostrò all’altezza della situazione: egli infatti pretendeva di dirigere con metodi militari, senza capire che la realtà partigiana era ben diversa. Fu così che, utilizzando il più capace tra i dirigenti militari dei gruppi, e cioè Bill, decisi di stabilire contatti con la brigata «Stella Rossa», che operava nelle vicinanze, al comando di Mario Musolesi (il Lupo).
Ebbi in quei troppo lunghi mesi vani rastrellamenti operati dalla brigata nera e dai tedeschi, con arresti e case bruciate, trovandomi in situazioni difficili di svariata natura e sempre di nuovo stampo.
Voglio ricordare per tutti gli episodi che si svolsero nel giro di tre giorni, i tre giorni più drammatici per Burzanella, per la sua popolazione, per i gruppi partigiani della zona attorno.
Devo ricordare che nella Canonica e nella scuola avevo ospitato più di quaranta frati missionari del Sacro Cuore e anche sette suore e tutti questi sacerdoti, oltre ad essere sotto la mia responsabilità, erano a carico della Parrocchia.
Verso la metà del luglio 1944, azioni individuali ed inconsulte svolte da alcuni soggetti che erano partigiani più di nome che di fatto, avevano creato una grande tensione nella zona e una mobilitazione fuori del normale dei fascisti e dei tedeschi.
La notte del 17 luglio venne uccisa a Camugnano la sorella della moglie del reggente fascista di quel comune, maggiore Bacchetti e subito un grosso reparto tedesco, partito da Castiglione de’ Pepoli, comandato da un capitano e guidato dal vice reggente di Camugnano, Aldo Degli Esposti, fu inviato nella zona in rastrellamento.
Seguendo il tracciato dei cavalli dei partigiani, il reparto giunse nell’accampamento partigiano nel centro della macchia del beneficio parrocchiale di Burzanella.
Nello scontro che seguì, cinque partigiani morirono e Bill, pur ferito e catturato, riuscirà poi a fuggire.
I tedeschi giunsero a Burzanella trascinandosi dietro nove partigiani prigionieri e subito si disposero per la loro fucilazione.
La situazione era drammatica. Io entrai in Chiesa, implorai Dio per la salvezza dei giovani. Poi uscii e, alla presenza della popolazione terrorizzata, mi avviai verso i tedeschi.
Fra i partigiani c’erano Aristide Ghiddi e Sirio Fabbri, che erano due giovani bravi e leali e Sirio, colpito a morte nel combattimento, era in fin di vita. Mi presentai al capitano, chiesi un atto di clemenza e ottenni miracolosamente la liberazione di sette degli arrestati, cinque dei quali erano partigiani e due, i fratelli Nicolini, miei parrocchiani.
Alcuni minuti dopo mi feci nuovamente coraggio e tentai di intercedere anche per Aristide e Sirio, ma la risposta fu negativa poiché nel combattimento erano rimasti feriti dalle loro armi due tedeschi. Preso dalla disperazione supplicai il capitano perché mi concedesse almeno di dar loro i sacramenti e ottenni il consenso alla condizione che mi sbrigassi in fretta.
Mentre mi accostavo ad Aristide, dal gruppo dei sacerdoti presenti si staccò Padre Capelli che volle coadiuvarmi recandosi da Sirio. Poi Sirio volle che anch’io andassi da lui e fu una scena straziante: mi abbracciò e, frattanto, senza che i tedeschi se ne avvedessero, mi infilò nella tasca un portasigarette di metallo dicendomi di darlo alla sua fidanzata e facendomi capire che dentro c’era un elenco con nomi di partigiani.
Ricordo che morendo disse: «Muoio per l’ideale comunista».
Avrei che avesse detto che moriva per la fede cristiana: però fu un momento tragico che non dimenticherò mai.
Conclusa la mia missione di sacerdote scoppiai in pianto e rientrai in Chiesa a pregare. L’appassionato gesto di Sirio mi aveva scoperto, tanto che il capitano tedesco gridò: «Anche il Parroco è un partigiano!».
E fu a questo punto che Aldo Degli Esposti intervenne e mi salvò rispondendo che io ero solo un buon prete che faceva del bene a tutti. Uccisi che furono Sirio e Aristide, entrambi con un colpo di pistola alla nuca (alle 10,45 del 18 luglio) il capitano ordinò che i partigiani morti, che erano sette, non dovevano essere sepolti.
Poi radunò gli uomini e se ne andò.
I tedeschi erano da poco partiti quando arrivò il secondo battaglione della «Stella Rossa», col Lupo e Gianni Rossi, che era il suo vice.
Mi chiamarono dietro al muro del cimitero perché volevano sapere cosa era successo. Il mio consiglio fu che se ne andassero perché tutta la zona brulicava di tedeschi e fascisti.
Mi dissero che potevo contare su di loro e se ne andarono. Verso le tre di notte del 19 luglio arrivarono centinaia di repubblichini guidati dal capitano Pancaldi e inviati nella zona dai capi del fascio locale, i maggiori Cristalli e Bacchetti.
La Parrocchia fu di nuovo circondata, le case perquisite, i giovani arrestati e intanto, tutt’attorno, si vedevano le case in fiamme.
Vidi che piazzavano una mitraglia contro il portale della Chiesa e davanti alla porta della Canonica c’erano due militi con la baionetta innestata.
Di nuovo pensai che era giunta la mia fine e allora tentai di fuggire dalla finestra posteriore, ma subito vidi che tutta la frazione era circondata. Mi disposi all’attesa, fingendo indifferenza, e l’attesa durò fino alle 7 circa e fu allora che un giovane tenente suonò, si presentò alla porta e mi dichiarò in arresto.
Non so come mi venne l’ispirazione di passare all’attacco.
Offesi i fascisti perché non erano venuti prima. Dissi che i partigiani erano venuti per uccidermi e i tedeschi pure. Li tacciai di inefficienza e riuscii a disorientarli, gridando come un forsennato.
Mi portarono dal capitano Pancaldi che era seduto sul muricciolo del lavatoio, nella piazzetta e frattanto vidi otto giovani parrocchiani, seminudi, arrestati, imploranti.
Il capitano mi chiese se vi erano partigiani attorno e io dissi di sì, con sfrontatezza, continuando la parte dell’indignato. Lui rispose che gli altri interrogati avevano detto invece che non ce n’erano e citò la testimonianza della bottegaia, l’Agnese Puccetti, che sapeva tutto.
Io insistetti nel dire che ce n’erano, e molti, e gli indicai la macchia, che brulicava di gente, ma in realtà si trattava dei contadini scappati nel bosco a seguito degli incendi. Se ci credesse o meno, non lo so. Fatto sta che dopo pochi minuti scomparvero tutti, trascinandosi però dietro i prigionieri.
Cominciò allora una nuova e penosa «via crucis» per tentare di salvare i giovani arrestati.
La mattina del 20 luglio, insieme ad alcuni sacerdoti andai a Camugnano per tentare di liberare i prigionieri e, mentre ritornavo deluso e triste per non esservi riuscito, rimasi molto sconfortato quando, al rientro, alcune donne mi vennero incontro, disperate, e non già per chiedermi se c’era speranza per i giovani, ma solo per lamentarsi perché i partigiani avevano portato via dalle loro case dei salami e dei prosciutti.
Tuttavia non mi persi di coraggio. Ritentai il giorno dopo a Castiglione de’ Pepoli dove andai al comando tedesco e ottenni la liberazione dei prigionieri e anche, finalmente, il permesso di dare sepoltura ai partigiani i cui corpi giacevano ancora abbandonati nei pressi della Chiesa.
Pochi giorni prima dell’inizio della strage di Marzabotto, quattro SS occuparono le case del borgo Bel Poggio, situato a circa un chilometro dalla Chiesa e, a mezzanotte circa, dopo aver tentato di violentare due ragazze, presero sette uomini, e fra questi i genitori delle ragazze che si erano opposti alle violenze, e ne fucilarono sei davanti alle porte delle loro case, mentre uno riuscì a fuggire miracolosamente saltando una siepe.
La sera antecedente al fattaccio, e cioè il 26 settembre, ebbi da fonte certa, cioè dalla segretaria di Cristalli, la notizia che i tedeschi si stavano preparando per un grande rastrellamento nella zona utilizzando mezzi spropositati.
La notte stessa passarono dalla Chiesa un centinaio di SS che procedevano in direzione di Vado e Lagaro.
Erano tutti giovanissimi. Alcuni chiesero del latte e dovetti dar loro quello dei frati. Subito mandai un mio parrocchiano, Raffaele Forni, dal comandante della «Stella Rossa» per avvertirlo di sgombrare la zona essendo ormai certo che vi sarebbe stato un rastrellamento in grandi forze.
Naturalmente non potevo neanche lontanamente sospettare che si stesse preparando la grande strage di Marzabotto.
Forni tornò dicendo che il Lupo era tranquillo e mi assicurava che non c’era da preoccuparsi anche perché «la Stella Rossa è invincibile».
Io avvertii subito i Parroci di San Marrino, Quercia e Sperticano e la risposta fu quasi corale e cioè: «Noi seguiamo il nostro popolo», come dire seguiamo il destino.
La mattina del 27 settembre diedi ordine di abbandonare la Parrocchia e dissi a tutti di seguirmi, convinto com’ero che restare a Burzanella, in duemila circa, coi tedeschi attorno e le SS in arrivo, significava, anche perché Burzanella era nel fondo di una specie di grande catino, finire dentro ad un massacro, senza via di scampo.
C’era solo una strada utile per uscire da quella posizione e, guarda caso, era proprio quella strada che avevo fatto costruire nei mesi addietro convincendo i tedeschi che era la migliore, ma in realtà allo scopo di sottrarre alla deportazione, fatto che riuscì, centinaia di operai rastrellati dai tedeschi, i quali così poterono lavorare nei pressi di casa, per circa tre mesi, con viveri, paga e documenti in regola.
Gli operai dicevano che lavoravano alla «Todt del prete di Burzanella».
All’alba suonai le campane a distesa. Vi fu un momento di esitazione, poi cominciarono a slegare le bestie e via via a seguirmi, frati e suore compresi, in una lunga e ordinata colonna verso Monteacuto Ragazza.
Qui giungemmo e ci sistemammo nella Chiesa e nella scuola e anche presso alcune famiglie che furono molto ospitali.
A Burzanella erano rimaste solo cinque persone: Francesco Masotti, che fu decapitato dalle SS; suo padre, ottantenne, cui i tedeschi spaccarono la testa con l’accetta; la signora Santoli dei Frascari su cui esercitarono violenza e poi la uccisero e una quarta persona il cui nome, purtroppo, non ricordo.
Questo avvenne il 29 settembre 1944, cioè il giorno d’inizio della strage di Marzabotro.
Si salvò solo Giuseppa Novelli della Matella, detta la Beppa, che si nascose seppellendosi nel porcile sotto il letame e lo sterco dei maiali.
Dopo la strage di Marzabotto, nella quale fecero sacrificio della loro vita anche i parroci Ferdinando Casagrande, Giovanni Fornasini, Ubaldo Marchioni e i sacerdoti Ella Comini e quel Martino Capelli che era stato con noi a Burzanella, arrivarono a Monteacuto Ragazza parte dei superstiti della «Stella Rossa» e fra questi Gianni Rossi, che era ferito, Giuliano Tarozzi detto Walter, e la Brunetta, una delle sorelle del Lupo.
Da loro ebbi la triste notizia della grande strage e delle battaglie svolte contro le SS scatenate nel più bestiale massacro di massa che si ricordi e che costò la vita a 1830 cittadini inermi, per lo più poveri montanari, e fra questi tanti vecchi e bambini, alcuni di questi nati da pochi giorni.
Verso le dieci del mattino fui fermato da due tedeschi che mi chiesero dove avrebbero potuto trovare il Parroco di Burzanella e, dal loro comportamento, capii benissimo che erano alla mia ricerca per uccidermi.
Dissi che l’avevo visto lassù, e indicai un monte, a scavare trincee e li dirottai fuori strada e ciò mi fu possibile essendo in abiti civili e per di più assai malconcio.
Però mi resi conto che i miei minuti erano contati e non potevo più restare nel luogo. Allora, presa la decisione di passare il fronte, raccomandai a tutti di ritornare a Burzanella, che io ritenevo essere ora divenuto il punto più sicuro, e di nascondersi dentro al grande rifugio nel monte che avevamo scavato mesi addietro e di non uscire mai dal rifugio che era a prova d’artiglieria.
Presi come compagni di viaggio nell’attraversamento del fronte, Giuliano Tarozzi e l’ing. Finzi e, fra gravi rischi, giungemmo al primo comando alleato a Ca’ di Paglia, nella frazione di Trasserra. Tutti ritornarono seguendo il mio consiglio e si rinchiusero nel rifugio.
E tutti si salvarono Non vi fu nemmeno un ferito sebbene l’artiglieria alleata, su segnalazioni dettagliate che io stesso diedi appena giunto a Castiglione de’ Pepoli, colpì ripetutamente la zona spazzando via definitivamente i tedeschi da Burzanella e dall’intorno.
La Resistenza per me non era però ancora finita e purtroppo continuò oltre il 25 aprile 1945 perché restava molto da fare per inserire parecchi giovani della zona, disorientati, delusi, e in parte anche sbandati, nella vita civile, cercando per loro un lavoro sicuro per il domani.
Ciò comportò necessariamente la mia permanenza prolungata in un ambiente non favorevole alla mia carica nell’ambiente ecclesiastico.
Concludendo queste povere espressioni non posso nascondere la mia vissuta convinzione che quanto ho potuto fare di bene, in Germania, nelle zone di Camugnano, Castiglione e Grizzana, non fu merito mio, ma opera meravigliosa di Dio, presente nell’Eucarestia, che portavo sempre sul mio cuore, chiuso in una teca dorata.
Ciò rappresentava la mia forza, mi infondeva coraggio, mi dava consiglio, mi guidava nella vittoria del Bene sul Male.
Ci è capitato di leggere sul Vostro sito “Anpipianoro.it” una testimonianza di Don Luigi Tommasini relativa al periodo bellico.
Chiunque legga quello scritto si renderà conto delle difficili condizioni in cui ha operato “Don Gigetto”, come veniva comunemente chiamato, e delle azioni meritorie cui si è dedicato, ma non potrà non rimanere sconcertato di fronte ad alcuni passaggi per lo meno singolari:
- Sembra piuttosto singolare che un prete di sentimenti antifascisti, dopo averlo espressamente chiesto, vada a fare il cappellano militare presso gli operai italiani militarizzati in Germania.
- Sembra piuttosto singolare che, appena tornato in Italia, inviti gli uomini della sua parrocchia ad “arruolarsi tutti alla Repubblica di Salò”, anche se poi dichiara che lo scopo sarebbe stato quello di scappare poi con le armi.
- Ancor più singolare che, nel luglio del ’44, alla richiesta dei fascisti, nella fattispecie del Capitano Pancaldi, se vi erano partigiani attorno, rispondesse di si, inficiando così altre testimonianze di paesani e indicando il bosco pieno di contadini scappati a seguito di incendi.
Nel periodo che va dal dicembre ’43 al maggio ’45, noi bambine eravamo sfollate proprio a Burzanella (Parrocchia di Don Tommasini) con la nostra famiglia, quella famiglia dell’Ing. Finzi di cui Don Gigetto parla così: “In dicembre l’Avv. Ferdinando Rozzi mi mandò da Bologna un gruppo di ebrei guidati dall’Ing. Italo Finzi, però questo gruppo mi diede molte preoccupazioni e pensieri per il comportamento non troppo corretto e individualistico; infatti pensavano solo a se stessi e non si curavano degli altri”.
In realtà va invece precisato che:
- L’Avv. Rozzi, benché fosse un amico fraterno, non fu lui a mandare la nostra famiglia a Burzanella; la scelta del paese fu di nostro padre, che lo ritenne un posto più sicuro rispetto alla località di Castiglione dei Pepoli nella quale ci eravamo rifugiati in un primo momento;
- L’inserimento della famiglia Finzi nell’ambiente del paese fu semplice e immediato e la dimostrazione di ciò sta nel fatto che subito essa partecipò attivamente e positivamente alla vita del luogo.
Ciò risulta anche da quanto scrive la Mamma in una sua breve memoria pubblicata sul periodico “Gente di Gaggio” anno IV n. 9 – Giugno ’94 dal titolo “L’odissea di una famiglia ebrea sull’Appennino nel 1944”.
Alcuni fatti meritano di essere qui ricordati proprio perché in contrasto con quanto afferma Don Gigetto:
- La mamma conosceva bene il tedesco e per tutto il periodo in cui a Burzanella si avvicendarono, prima la Wermacht e poi le SS, ella si prodigò a fare da interprete tra la popolazione ed i comandi tedeschi per ottenere scambi di merci un po’ più favorevoli per i locali, o anche solo permessi per varie attività.
- Quando ce ne fu bisogno papà e mamma si improvvisarono insegnanti di materie scientifiche il primo e letterarie la seconda, perché i ragazzi non perdessero l’anno scolastico; i ragazzi erano in parte locali ed in parte sfollati come noi.
- Parte dei sulfamidici portati da Bologna con altri medicinali furono usati da nostro padre per tentare – per fortuna con successo – di far guarire una vacca che aveva complicazioni post-parto; lasciamo immaginare cosa abbia significato questa guarigione per il contadino proprietario della bestia.
Alla luce di quanto sopra si po’ ben comprendere come siamo rimaste amareggiate per le espressioni usate da Don Gigetto nei confronti della nostra famiglia.
Ci risulta inoltre che, quando giunsero in paese due partigiani slavi che avevano saputo di un parroco che era stato cappellano in Germania e che avevano intenzioni bellicose nei suoi confronti, Don Tommasini si difese dicendo che lui teneva nascosti nella sua parrocchia degli ebrei e mandò immediatamente a chiamare i nostri genitori perché lo confermassero direttamente. Visto che i partigiani cambiarono immediatamente atteggiamento, crediamo che Don Tommasini debba qualcosa ai nostri genitori.
Quanto sopra è stato esposto per amore di verità e a tutela della memoria dei nostri genitori e non per animosità nei confronti di Don Tommasini che, avendo saputo dall’amico Avv. Rozzi, che eravamo ebrei e bisognosi di aiuto avrebbe potuto denunciarci ai tedeschi ed ai fascisti e non lo ha fatto.
Concludiamo queste note ricordando che entrambi i nostri genitori sono stati insigniti della qualifica di “Patrioti” rilasciata dall’Anpi nel marzo del 1944 come risulta da documenti in nostro possesso.
Silvia e Claudia Finzi
Torino/Roma, Maggio 2009