Il 15 maggio 1943 fui chiamato al servizio di leva e destinato al 25° settore Guardia frontiera in San Pietro in Carso (Trieste), da dove fui trasferito sul monte Plecce e qui rimasi fino al 12 settembre 1943, e cioè quattro giorni dopo l’armistizio, perché il nostro «bravo» generale voleva farci combattere al fianco dei suoi amici tedeschi.
Passati i quattro giorni, decisi assieme alla compagnia, di abbandonare tutto. Partimmo in molti, ma ognuno per la sua destinazione e prima di partire consegnammo le armi ai partigiani jugoslavi.
Fu un viaggio molto duro e difficile per tutti. Noi di Bologna avevamo circa 500 chilometri da fare per tornare a casa e dovevamo percorrere tutta quella distanza a piedi attraverso montagne, boschi e valli, sempre col pericolo di essere presi dai tedeschi ed essere inviati nei campi di concentramento in Germania, da dove forse non saremmo più ritornati.
Ma, finalmente, dopo una quindicina di giorni ed altrettante notti di cammino, arrivai a casa, mentre i miei compagni furono presi dalle SS. Era la fine di settembre del 1943 e incominciai a lavorare un po’ con la «Todt» e in seguito con un’impresa agricola, sempre nel comune di Grizzana.
Un giorno arrivarono a casa mia tre graduati della milizia di Salò, perquisirono tutta la casa, ma non mi trovarono e allora misero i miei genitori contro il muro, intimando loro di dire dove ero nascosto, perché altrimenti li avrebbero fucilati e bruciato la casa.
Così mia madre, per non essere fucilata e per non far bruciare la casa, fu costretta a portarli nel nascondiglio dove mi trovavo, e cioè in un bosco dove lavoravo da solo per potermi guadagnare da mangiare.
Il capo di questi tre gerarchi fascisti era il noto Pietro Cristalli di Vergato (condannato a morte dal Tribunale di Bologna, dopo la liberazione, ed in seguito ad un altro processo svolto al Tribunale di Viterbo, dove io fui chiamato quale testimone a carico, assolto per «insufficienza di prove»).
I tre gerarchi della brigata nera mi portarono nelle carceri di Vergato dove dovevo essere fucilato.
Ma io riuscii a scappare e ad imboscarmi. Successivamente fui arrestato dai tedeschi e per tre giorni rimasi prigioniero.
I nazisti furono tremendi: la morte era davanti ai miei occhi, ma anche quella volta, con molta fortuna, riuscii nuovamente a fuggire.
Dopo quest’ultima fuga ritornai per diversi giorni in mezzo al bosco e attraverso le staffette che facevano parte della formazione partigiana «Stella rossa» potei entrare a far parte della Resistenza.
Il 12 marzo divenni partigiano. Pur sapendo che tutti i giorni per noi potevano essere fatali, eravamo contenti di combattere per poter cacciare dal nostro suolo i nazisti e sconfiggere i loro servi fascisti.
Il 24 giugno 1944, al mattino verso le 5, sul monte Sole (Marzabotto) fummo svegliati dai cannoni tedeschi che sparavano sopra al monte per fare avanzare le loro truppe verso di noi, per attaccarci dalla parte di Monzuno (Vado).
Nel nostro gruppo eravamo in pochi (circa 70), ma bene appostati e bene armati.
Attendemmo che il nemico venisse a pochi metri di distanza a poi aprimmo il fuoco, riportando una grande vittoria senza alcuna perdita da parte nostra, mentre il nemico, oltre aver subito una seria sconfitta, essendo stato ricacciato, dopo un duro combattimento al di là del fiume Setta, aveva lasciato sul terreno moltissimi morti.
Per non farci sorprendere, la notte lasciammo monte Sole per una nuova destinazione.
Ricordo altre azioni belliche: abbiamo disarmato decine di postazioni della milizia contraerea e molti caselli ferroviari dove c’era la milizia, recuperando carichi di materiale bellico e, nelle strade, molte autocolonne di tedeschi le abbiamo distrutte.
Poi venne il famoso 29 settembre 1944.
La nostra brigata si era ingrandita, ma molti erano ancora disarmati perché gli alleati non ci avevano fatto dei lanci sufficienti.
I combattimenti di quelle giornate furono durissimi: i tedeschi volevano sterminare tutti, accanendosi specie sui civili, e fu una giornata tremenda, l’inizio della grande strage di Marzabotto.
Noi combattemmo, ma alla fine fummo sbandati, e ci furono molte perdite fra noi; molti miei compagni caddero in battaglia da veri eroi.
Morì anche il Lupo, comandante della brigata.
Sul monte di Salvaro (Grizzana) io fui ferito da tre pallottole tedesche, sparate alla mia schiena e che passarono da parte a parte, e all’inguine sinistro dove mi è rimasta una pallottola infiltratasi nell’osso sacro.
Dopo essere stato colpito rimasi solo, disteso a terra, non potevo chiedere aiuto a nessuno avendo i tedeschi a pochi passi.
Appena potei alzarmi riuscii a buttarmi in mezzo al bosco potendo così sfuggire al rastrellamento.
Pur essendo ferito e perdendo molto sangue riuscii a scalare una montagna alta 800 metri e di qui potei avvisare mia madre che sarei andato a rifugiarmi in fondo a un fosso dove lei poteva venirmi a vedere, col rischio però di essere scoperta dalle SS che si trovavano in casa mia.
Rimasi nel fosso una quindicina di giorni con la febbre altissima e mangiando poco o niente e per di più sotto la pioggia e senza alcuna cura.
Dopo passai le linee e mi feci curare dagli alleati.