La mia storia di resistente si innesta in quella del mio antifascismo, che è tipica, ritengo, degli uomini della generazione di mezzo.
E’ vero che c’erano delle radici familiari. Mio padre era un vecchio socialista romagnolo, ma la sua pedagogia politica era limitata dalla paura: che mi ribellassi al conformismo degli anni 30, che andassi nei guai, che diventassi una «pecora nera».
E così non fu fatto niente perché non mi attenessi agli «standards» dell’opera balilla, e del «Guf».
L’antifascismo mi nacque dentro, prima come delusione, poi come ironia, infine come rabbia; a cavallo fra il Liceo e l’Università con quattro amici mi ero formato una specie di cenacolo, come tutti i giovani fanno.
Quello che era spontaneamente germinato come irritazione, rifiuto delle cose stupide, reattività, tutta roba che in fondo poteva esaurirsi con i colpi di spillo nel sedere di Starace, maturò nella fraternità spirituale degli amici, e assunse forme più concrete, se pur sempre culturali.
La condanna divenne più seria e si basò su dei fatti: l’impossibilità di avere o leggere pubblicazioni scientifiche, la povertà della nostra letteratura, la sterilità della nostra filosofia politica e via dicendo.
La povertà della informazione ci rendeva preziosa qualunque fonte: fu quasi un disappunto ed un mezzo trionfo quando da Labriola, scovato non so dove, scoprimmo che quel signore ci aveva «plagiati» vent’anni prima che nascessimo.
Venne la guerra e fummo tutti soldati, nella nostra classe, volontari per forza e spediti via prima che maturasse quell’altra pagliacciata che furono i battaglioni dei sergenti universitari. Fu un punto d’onore restare coi soldati, toccare con mano e vivere la trasformazione della buffonata in tragedia.
L’8 settembre ero in licenza e gli altri amici, in un modo o nell’altro arrivarono a casa.
I tedeschi cominciarono a pestare e noi a domandarci che cosa si poteva fare di concreto.
Nei mesi fra l’inverno e la primavera ero interno in Clinica Medica. Nella mia sezione, piantonato, era degente Armando Pilati, massacrato da 20 anni di galera e di confino, con le articolazioni deformate e il cuore in malora per l’endocardite reumatica.
Pilati era una figura singolarmente modesta e singolarmente luminosa. Comunista, era di quelli che non si piegarono mai, permanentemente in forza del «partito in carcere».
Facevo a Pilati endovenose che duravano venti minuti e che spesso gli facevano male, per poter parlare con lui senza che il piantone se ne accorgesse.
Attraverso quel filone il mio cenacolo diventò una «cellula»; ci furono dati altri contatti: l’infermiere Grassi, Rino Pancaldi, il prof. Posteli, il dott. Novaro, Giacomo Masi e altri ancora.
Altri amici stavano battendo strade diverse: il partito d’azione si muoveva con molta nobiltà ed anche con certe ingenuità, e si organizzava nell’ambiente universitario attorno a figure care e rispettate come il prof. Businco ed il prof. Palmieri.
Si cominciò dal poco raccogliendo medicinali e allenandoci all’organizzazione, e si continuò facendo ogni giorno qualche cosa di più.
Venne anche per noi il momento della prova del nove: la decisione era improrogabile e tanti più cocente quanto meno coatta.
Quando lasciai mio padre ero più angosciato di quanto mai mi fosse capitato in occasione delle numerose partenze degli anni precedenti.
Non mi ero mai sentito così obbligato, mai come questa volta che non c’era nessuna cartolina di mezzo. Buona parte dei miei amici partì con me o subito dopo.
A raccontare questa storia sono rimasto solo io, con un occhio di meno. Gli altri, che erano migliori di me, l’aprile del 1945 non l’hanno visto.
L’episodio che scelgo si include fra due date: 29 settembre - 7 novembre 1944.
Il 29 settembre ci fu il massacro di Marzabotto. Ero su Monte Salvaro, commissario di reparto nella Brigata «Stella Rossa» che i mongoli delle SS venivano cercando, nel contempo ammazzando ogni cosa viva incontrassero.
A noi non fu difficile sganciare e portarci fin sotto il fronte. Quasi al completo, morto il Lupo che la comandava, la Brigata andò di là.
Restai con un gruppo di undici, se ben ricordo, ma non mi sovvengono più tutti i nomi: di certo c’era Agostino Ottani, il povero Giacomo, Secondo Negrini (Barba), Gigi Minelli, Renato Patuelli, io, ed un russo che si chiamava Karaton — era un ufficiale —, e che era scappato da prigioniero dei tedeschi assieme ad altri russi che combatterono molto bene con noi su Monte Sole, in quello stesso 29 settembre.
Non ritenemmo che la guerra fosse finita e ripercorremmo a ritroso tutta la strada, sopra Vergato, sopra Marzabotto, in mezzo ai morti.
Traversammo il Reno, ci buttammo dall’altra parte, verso il Bazzanese, e raggiungemmo la Brigata «Bolero» dalle parti di Monte Capra.
Furono otto o dieci giorni di piccole tappe notturne sotto l’acqua, calcolando ogni passo, spesso sentendo i tedeschi.
Di fatto mangiammo prima di partire e quando arrivammo. La «Bolero» fu attaccata ed ebbe dolorose perdite: una decina di uomini fra cui Collado, costaricense e medico, allievo prediletto del prof. Businco.
Furono impalati, legati con filo spinato, e fucilati a rate dal basso all’alto a Casalecchio.
Di lì poco una staffetta del CUMER ci portò l’ordine del comando alleato: tutti gli uomini migliori, i meglio armati, i meglio preparati, dovevano in qualche modo essere convogliati in città ed unirsi ai gappisti per occupare Bologna non appena fosse cominciata l’offensiva sul fronte.
Soppesando con cura le attitudini e l’armamento di ciascuno, mettemmo insieme 25 uomini. Si trattava di superare lo sbarramento costituito dagli acquartieramenti tedeschi e dai posti di blocco attorno alla città.
Altri quattro, oltre ai 25, non vollero aspettare. Fra loro ricordo Barba e Gigi Minelli.
Il fatto di Gigi Minelli fu determinante perché il giorno dopo, Dio sa come, arrivò a piè del monte un furgoncino condotto dall’avv. Maccaferri, nostro collaboratore e amministratore di un polverificio che lavorava per i tedeschi, munitissimo di lasciapassare.
Amico di famiglia, veniva a cercare proprio Minelli, che non c’era più.
Approfittando dell’occasione si decise che uno di noi 25 sarebbe sceso a Bologna, nascosto nel furgoncino, per poi tornare con un camion o con qualunque altro mezzo ci potesse consentire di forzate il blocco di spinta.
Non era un lavoro facile, e così tirammo a sorte con la paglia quello che, fra noi, con responsabilità di comando, dovesse assumersi l’incarico e toccò a me.
Con molte fermate ai posti di blocco l’avv. Maccaferri riuscì a portarmi fino a casa, nel centro della città.
Feci la mia ambasciata e aspettai ordini. Il giorno dopo mi fu dato un appuntamento in piazza Carducci con Aldo Cucchi, che si chiamava Jacopo ed era il commissario dei gappisti.
Invece di rispedirmi in montagna col camion che sarebbe comunque partito subito, Cucchi mi diede un altro collegamento e così finii nei sotterranei dell’ospedale Maggiore, nel centro della città, distrutto dai bombardamenti, dove si ammassavano i gappisti pronti a muovere.
Credo di ricordare che nel complesso questi miei movimenti abbiano occupato tre giorni.
Nelle catacombe dell’ospedale Maggiore ritrovai Barba ed altri, che per vie diverse e da parti diverse, erano confluiti in città.
A parte la mia sorpresa di trovarmi di colpo immerso in una così fantastica realtà, ne ebbi una seconda più amara: 19 dei 25 compagni che avevo lasciati a Monte Capra erano, in quello stesso momento, tutti stesi sul greto del Reno in piena, che il camion non era riuscito a guadare.
Erano tutti morti, battendosi con le spalle al muro contro i tedeschi che li avevano intrappolati; tutti, anche Karaton, il russo che si era rifiutato di credere che la guerra, per lui, potesse finire attraversando il fronte.
Poi non ci fu tempo di pensare a loro, visto che il generale Alexander cortesemente comunicò che l’offensiva veniva rinviata a primavera, e lasciò noi nella trappola che cominciò a funzionare gloriosamente il 7 novembre con la battaglia di porta Lame, sicché molti, per arrivare a primavera, raggiunsero quei diciannove nella grande lapide dei caduti in piazza Maggiore, «posto di ristoro» dei partigiani uccisi.
Fra i fatti politicamente interessanti ne ricordo in breve uno connesso proprio alla seconda data, quella di porta Lame.
In quella vasta spelonca che erano i sotterranei del vecchio ospedale Maggiore, un cumulo di rovine a un tiro di schioppo dal punto più centrale di Bologna, ridotta a un formicaio di umanità compressa entro la cinta delle vecchie mura, eravamo circa in 300: gappisti, armatissimi, riuniti a prezzo di incredibili peripezie per esplodere fuori ad un momento dato, opinabilmente assai prossimo, ed impadronirci della città.
Questo acquartieramento era una «Corte dei Miracoli»; una cosa da non credere; ed in fondo siamo sopravvissuti proprio per l’incredibilità del fatto.
Eravamo tutti sinceramente stupiti, ogni sera, di non essere stati scoperti, e sì che la gente passava sotto i nostri occhi, per i portici rovinati, noi la vedevamo dalle finestre sbrecciate dei muri rimasti in piedi.
E non è che non ci muovessimo; la nostra «intendenza» adoperava addirittura un camion.
Attorno alle rovine dell’ospedale, ogni stanza, ogni granaio, ogni cantina, erano occupati dai profughi delle campagne, dagli sfollati rientrati; per lo più, dato il disastramento della zona, era povera gente.
In quei giorni la vita di un partigiano, sui manifesti fascisti affissi per le strade, valeva un chilo di sale, tanto per ogni denuncia.
Molti, lì attorno, sapevano di noi; era impossibile che non sapessero. Alcuni erano stati bloccati dalle nostre sentinelle mentre venivano per legna fra le macerie dell’ospedale. Ucciderli non si poteva e non rimaneva che ordinare di star zitti.
Il fatto politico importante sta in questo: quando, la sera del 7 novembre, esplodemmo finalmente alle spalle di tutta la guarnigione fascista e tedesca che bloccava una nostra «base» nelle vicinanze, nessuno aveva ancora parlato.
La povera gente era con noi, un popolo era con noi, e noi ci sentivamo nella sua coscienza.
In seguito, dopo quella notte che fece di Bologna una Varsavia, avemmo mesi e mesi di sofferenze, molti morirono in modo più o meno atroce.
Ma anche dopo, attorno alle «basi» che si andavano or qua or là costituendo per provvisoria dimora dei nostri gruppi di sbandati, non mi risulta vi siano state denunce di quelle che i giudici chiamano di «azione popolare». Per lungo tempo la Resistenza sarebbe restata ancora coscienza popolare.