La Brigata «Stella Rossa» si è formata con un piccolo gruppo di una decina di giovani subito dopo l’8 settembre.
Il Lupo, che poi divenne il comandante, ed io eravamo fra questi. Cominciammo a fissare delle «basi» nella montagna di Vado.
Non ci fermavamo mai in una casa e spesso si dormiva alla macchia. Il gruppo non aumentò di molto durante l’inverno: vennero pochi altri giovani e anche qualche inglese fuggito ai tedeschi.
In marzo, invece, cominciammo ad aumentare: vennero anche da Bologna, dalla provincia e vi furono anche dei carabinieri che facevano servizio sulla «Direttissima» che passarono con noi: fra questi anche un ufficiale.
Il 15 marzo sabotammo il treno tedesco nella galleria della «Direttissima», fra Pianoro e Vado, facendo saltare in aria 44 vagoni carichi di benzina, armi e munizioni e poi cominciammo gli attacchi organizzati con squadre volanti ai presidi fascisti e tedeschi della zona.
Noi attaccavamo e poi ci ritiravamo nella macchia senza lasciare traccia e queste azioni causarono perdite gravi al nemico.
In maggio eravamo già in più di 200 e in settembre circa un migliaio.
Da maggio la Brigata cominciò a dividersi in battaglioni che avevano autonomia operativa. Il comandante della Brigata era il Lupo (Mario Musolesi, un sergente dei carristi, nativo del luogo), ed io ero il vice comandante.
I comandanti di battaglione erano Otello Musolesi, Alfonso Ventura, Walter Tarozzi e Cleto Comellini.
La zona «base» non cambiò mai: cioè rimase sempre nella zona di Vado - Monte Sole, che era bene protetta. Spesso i battaglioni, le compagnie e anche piccole squadre si spostavano per azioni militari senza per questo determinare lo spostamento della Brigata.
Il primo grosso scontro coi tedeschi lo avemmo il 28 maggio 1944.
I tedeschi salivano da Marzabotto e da Vado, anticipati dal fuoco delle batterie contraeree che dalla strada di Monzuno avevano puntato sulle nostre case.
Il comando era a Ca’ Bragadè. Noi ci appostammo perché li volevamo aspettare alla distanza giusta e fino a sera vi furono attacchi e contrattacchi nelle zone di Monte Silvestro, Monte La Villa, Monte Sole e nelle frazioni di Caprara e San Martino.
In complesso si combatté per 15 ore. I tedeschi erano molto superiori di numero, anche come mezzi e inoltre erano appoggiati da reparti fascisti; però, alla fine della giornata di battaglia, furono loro ad andarsene e con perdite gravissime.
Ricordo che li inseguimmo fino ai fiumi Setta e Reno: il Lupo fu bravissimo ed era sempre nelle prime file dove lo scontro era più duro. Due dei nostri morirono e altri tre furono feriti e se le nostre perdite furono così limitate è dovuto al fatto che, oltre ad avere bene condotto la battaglia, eravamo anche bene armati: infatti a maggio avevamo già avuto alcuni «lanci» di armi dagli alleati.
I «lanci» erano il risultato di un collegamento con l’OSS alleata, avvenuto tramite un accordo fra il Lupo e un graduato della marina italiana che era collegato con il servizio alleato.
La parola d’ordine per il «lancio» era «Mario si prepari», trasmessa da Radio Londra e che voleva dire che stavano preparando il «lancio», poi «Gli uccelli cantano», che significava che quella notte avveniva il «lancio».
Il «lancio» veniva fatto nelle strade e nei campi vicino a Gardeletta e noi bloccavamo tutta la zona. In questo modo non abbiamo mai perduto nessun «lancio». Ogni «lancio» era formato da 36 paracadute che sostenevano dei grandi cilindri di ferro lunghi circa due metri e di 70 centimetri di diametro: dentro c’erano armi, tritolo, vestiti, munizioni e anche viveri.
Il 4 giugno distruggemmo i magazzini della «Todt» a Baragazza e l’azione partigiana favorì lo sciopero degli operai ingaggiati dall’organizzazione tedesca.
Il 24 giugno i tedeschi, insieme a gruppi di SS italiane e di fascisti, tentarono ancora di sloggiarci a Monte Vignola, ma noi creammo un diversivo con mezza Brigata a Monte San Pietro e alla fine rimasero nella trappola ed ebbero perdite gravissime perché furono centrati in pieno dal nostro fuoco.
La nostra superiorità era dovuta anche alla mobilità dei nostri reparti e alla conoscenza perfetta del terreno. Un mese dopo esatto attaccammo e distruggemmo una colonna di dieci autocarri tedeschi a Pioppe di Marzabotto e nello scontro morirono 64 soldati tedeschi.
Verso metà agosto i tedeschi ripresero l’offensiva contro la Brigata che con le sue azioni ormai bloccava tutta la zona.
Il nostro 2° distaccamento fu attaccato il 18 agosto, ma anche stavolta i tedeschi dovettero ritirarsi dopo aver perduto 7 uomini e il giorno dopo attaccarono la zona tenuta dal 3° distaccamento: il primo urto fu respinto, poi i tedeschi riattaccarono nel pomeriggio e dopo circa due ore di lotta i nostri si sganciarono e si portarono insieme al grosso della Brigata fra Monte Rifredi e Monte Oggioli.
Allora noi iniziammo una manovra d’accerchiamento cui seguì un combattimento che durò fino alle sette di sera, quando il Lupo, per non restare bloccato durante la notte, spostò tutte le forze senza perdite.
Si deve anche ricordare che fra maggio e settembre la «Direttissima» fu presidiata dai nostri partigiani e i tedeschi per due interi mesi non l’usarono mai: riuscimmo anche, con la nostra sorveglianza armata, a salvare i ponti e viadotti che da Vado vanno fino alla grande galleria di Lagaro, pur contrastando il traffico militare.
Il 29 settembre i nazisti attaccarono in forze di nuovo le nostre «basi».
Il comando stavolta era a Cadotto e noi eravamo, come ho detto, circa un migliaio.
L’offensiva cominciò che non era ancora l’alba: era una giornata di pioggia e i sentieri erano pieni di fango. Il fronte era già molto stretto: gli americani infatti erano già a Lagaro, a circa 5 chilometri in linea d’aria.
I battaglioni coprivano tutta la zona da Monte Salvaro a Monte Sole e i tedeschi attaccarono da tutte le parti.
La battaglia fu terribile; si combatté dentro le case e spesso i tedeschi furono costretti ad arretrare.
La sede del comando era la punta avanzata e qui la lotta fu durissima. I nazisti circondarono la casa e noi combattemmo fino a sera.
Io restai ferito nelle braccia e al piede sinistro; molti morirono combattendo e fra questi il nostro valoroso comandante Lupo e anche Gamberini, che era comandante di compagnia.
Li ritrovammo molti mesi dopo che la battaglia era finita: quella zona infatti divenne «terra di nessuno» e così restò fino all’avanzata di aprile. Tutti gli altri reparti furono impegnati in una dura battaglia che terminò alla sera con il ritiro dei tedeschi dalla zona.
Ma anche noi fummo costretti a spargerci in molte direzioni e i vari gruppi restarono senza collegamenti e senza direzione operativa.
La stessa notte i tedeschi cominciarono la rappresaglia contro la popolazione civile dando inizio al massacro di Marzabotto.
Parte della Brigata si unì poi agli alleati pochi chilometri oltre a Lagaro e a Monzuno e continuò a combattere.
Io, invece, ferito, restai quindici giorni fra i due fronti, con un gruppo di partigiani e appena rimessomi un po’, mi unii agli americani e il nostro comando si fissò a Castiglione de’ Pepoli.
La «Stella Rossa» continuò a combattere con azioni di «commandos», anche difficilissime, fino alla liberazione di Bologna. Altri partigiani della «Stella Rossa», rimasti senza collegamento, si unirono ad altre Brigate che operavano in zone limitrofe e anche nell’interno della città di Bologna.