L’8 settembre 1943 ero a Roma, nella Caserma del 2° Reggimento Granatieri di Sardegna.
Con lo sbandamento dell’esercito cercai di raggiungere i miei familiari che erano sfollati nei pressi della stazione ferroviaria di San Benedetto Val di Sambro.
Giunsi a casa verso la fine del mese poiché il lungo percorso dovetti farlo a singhiozzo, quasi sempre a piedi.
All’inizio del 1944, l’eco della vallata portò le prime confuse notizie della brigata «Stella rossa», che aveva cominciato ad operare nelle valli dei fiumi Setta e Reno.
La «voce» diceva che erano molti, ma in realtà si trattava solo di un manipolo di audaci, riuniti attorno al comandante Mario Musolesi, da tutti già conosciuto come «il Lupo».
L’occasione che ebbi e che mi fece anticipare i tempi ed accrescere la volontà di far parte di quella formazione, mi fu data dal ritrovamento nella zona di Ripoli di Sopra di un pallone di gomma che reggeva un apparecchio di fabbricazione tedesca per la misurazione della pressione atmosferica.
Fu il parroco che mi avverti di questo ritrovamento.
Cominciai a fare delle puntate nella zona di Vado, che mi risultava essere il centro operativo della brigata; la mia intenzione era quella di consegnare al Lupo lo strumento e, nell’occasione, di entrare a far parte della brigata, anche perché la mia classe era stata richiamata alle armi.
Attraverso un incontro del tutto casuale con una ragazza di nome Gina, della località Carighé, venni a conoscere il recapito in zona del commissario politico della «Stella rossa», che era Umberto Crisalidi.
Il mio primo incontro con Crisalidi ebbe luogo in un piccolo podere della zona, in una capanna, e fu un incontro che per parte mia fu emozionante, gioioso, ma anche preoccupante perché mi rendevo conto che avrebbe cambiato la mia vita.
Ebbi subito l’impressione di aver a che fare con una persona molto preparata ed equilibrata, non solo sul piano politico-organizzativo, ma anche sul piano umano.
Ciò rese più facile il nostro colloquio e favorì maggiormente il mio accostamento alla Resistenza.
Ci lasciammo che già avevo in mente un quadro approssimativo della formazione, nonché la convinzione della capacità militare del suo comandante.
In seguito ebbi ancora occasione di vedere Crisalidi, in rapporti sempre più amichevoli, e il commissario soddisfò infine il mio desiderio di conoscere il comandante della brigata.
Incontrai il Lupo per la prima volta a Ca’ di Sopra e devo dire che non fu come mi aspettavo, poiché fui addirittura minacciato da alcuni partigiani.
Capii poi che si trattava di un «metodo», quasi di un rito per i nuovi venuti e le preoccupazioni erano del resto giustificate da precedenti inserimenti di spie fasciste nella formazione.
Dopo questo inatteso prologo mi incontrai col Lupo ed ebbi subito la sensazione che fosse soddisfatto della mia presenza.
Mi chiese di collaborare con lui per la parte organizzativa, che il comandante riteneva molto carente. Ci lasciammo con l’intesa di rivederci al più presto.
Poco dopo, anche stavolta casualmente, mentre mi stavo recando a Castiglione dei Pepoli, mi incontrai, nella zona di Macchia Fonda, nei pressi di Sparvo, con un gruppo di partigiani, al comando di Gianni Rossi, che era il vice comandante della «Stella rossa».
Mi unii al gruppo e conobbi così anche Cleto Comellini, Guido Tordi, Celso Menini e un indiano di nome Sad.
Con loro proseguii, dopo alcuni giorni, per la zona dei Fornelli - Castel dell’Alpe, dove ci attestammo alle falde di monte Oggioli e monte Freddi. Fu in quelle zone che, a seguito di un nostro attacco al traffico militare tedesco che si svolgeva sulla statale della Futa, ed esattamente nella zona di Pietramala, ebbi, in seno alla formazione, il battesimo del fuoco.
Ricordo che anche noi, purtroppo, avemmo delle perdite. Dopo ci avviammo, in una lunga marcia, verso il comando della brigata che si trovava al di là del fiume Setta.
Nei giorni seguenti, insieme al tenente dei carabinieri Giovanni Saliva, cominciai ad interessarmi della riorganizzazione della brigata.
Furono infatti formati quattro battaglioni comandati da Celso Menini, Alfonso Ventura, Walter Tarozzi e Otello Musolesi (cugino del Lupo); presso il comando fu formato lo Stato maggiore, organo del quale facevano parte il Lupo, Gianni Rossi, il tenente Saliva ed io.
I battaglioni furono divisi in compagnie e così fu possibile un maggior coordinamento operativo, assai carente in precedenza, fatto questo divenuto indispensabile data la notevole consistenza di forze e l’irrobustimento dovuto ad alcuni lanci d’armi da parte alleata.
Durante questo lavoro organizzativo, al quale il Lupo diede il suo appoggio, conobbi anche un inglese, di nome Giok Punton, un uomo molto coraggioso e interessato alle vicende del comando e della brigata.
Questa operazione favorì i rapporti tra il comando della brigata e il CUMER, nonché una più stretta collaborazione sul piano politico.
Poterono così raggiungere la formazione alcuni commissari politici, la cui presenza fu utile anche per ampliare le conoscenze limitate che fino a quei momento avevamo.
I commissari erano in genere comunisti di vasta esperienza, i quali operarono avendo cura di rispettare la libertà individuale e di pensiero di ogni partigiano. Fra questi ricordo con particolare simpatia Ferruccio Magnani.
La migliore organizzazione produsse dei buoni risultati specie sul piano militare in quanto si poté operare in modo più coordinato.
Non mi soffermo sulle operazioni della «Stella rossa», sugli attacchi svolti in un vasto territorio, anche perché questa risulta ampiamente documentata nei molti bollettini che dal comando inviavamo al CUMER.
Vorrei solo ricordare che la nostra presenza fu talmente forte ed estesa che gli unici tratti della «Direttissima» Bologna-Firenze che non furono minati dai tedeschi sono stati proprio quelli compresi tra Grizzana e Vado, zona che era sotto il nostro controllo e che comprendeva non pochi viadotti e gallerie. Gli stessi tedeschi avevano affisso sulle strade e sulle ferrovie molti cartelli che ammonivano i loro reparti della pericolosità della presenza partigiana.
Per quanto riguarda i rapporti con le popolazioni locali, sempre improntati alla massima correttezza, furono facilitati anche dal fatto che molti partigiani della «Stella rossa» erano nativi del luogo e che il Lupo aveva nella zona un grande prestigio.
Quando gli alleati cominciarono il primo attacco alla «linea Gotica», il comandante tentò più volte di mettersi in contatto coi comandi dei reparti operativi alleati, predisponendo anche delle segnalazioni luminose per attirare l’attenzione di qualche aereo.
Ma l’unico effetto fu una raffica di mitraglia. Il comandante intendeva richiedere nuove armi e soprattutto del munizionamento che scarseggiava.
Con l’aumentare della pressione alleata, i tedeschi delle retrovie cominciarono a razziare ciò che restava del bestiame e così i contadini, per sentirsi più sicuri, cominciarono a trasferirsi nella zona controllata dalla brigata, con ciò creando condizioni di maggiori difficoltà in un eventuale scontro diretto.
Poi vennero da noi anche molti ex prigionieri dei tedeschi, rastrellati per lo più in Toscana e fuggiti dai campi di concentramento o durante i trasferimenti e anche questo fatto creò dei problemi.
In questa fase bellica, il comandante diede l’ordine di attaccare le retrovie tedesche colpendo gli automezzi in transito da e per il fronte.
Ciò allo scopo di indebolire al massimo il nemico e di favorire l’avanzata alleata.
Per i tedeschi le retrovie diventarono sempre più insicure e noi cominciammo ad avvertire che un rastrellamento era nell’aria.
Ciò trova conferma anche nel fatto che addosso ad ufficiali tedeschi furono trovate delle mappe dalle quali risultavano le dislocazioni esatte dei nostri battaglioni e del comando di brigata. La precisione di tali mappe dimostra, purtroppo, che i tedeschi erano certamente stati informati da delatori.
A nostro sfavore giocava anche il rapido peggioramento delle condizioni del clima; cominciò infatti a piovere ininterrottamente e le nostre formazioni furono costrette a ripararsi nelle case, nelle stalle, nei rifugi, dove furono sorpresi all’inizio del grande rastrellamento che cominciò all’alba del 29 settembre, assumendo subito il carattere di una strage che annullò ogni aspetto di operazione militare, come già del resto era accaduto in altre zone.
La ferocia con cui Reder condusse la strage è un fatto noto e fra i più orribili della storia.
Per l’estensione e per l’ampiezza delle forze utilizzate (con Reder c’erano anche dei reparti di SS italiane in divisa tedesca), è assolutamente impensabile che la strage potesse essere ignorata dagli alti comandi tedeschi.
Per quanto fosse un criminale professionista, Reder era pur sempre un ufficiale dipendente dal comando tedesco, il quale comando, Kesselring in testa, non ha minori responsabilità del «maggiore monco».
Di suo Reder, oltre alla criminalità professionale, mise il più feroce sadismo, le impiccagioni, i roghi umani, gli sventramenti di donne innocenti, i massacri di bambini, di vecchi, di sacerdoti, e infiniti atti della più crudele barbaria, accompagnata da distruzioni, saccheggi e ruberie di ogni sorta.
Il Lupo, che dal CLN aveva ricevuto, quale riconoscimento delle sue capacità, la guida della Divisione montagna che avrebbe dovuto scendere a Bologna in vista della liberazione che allora si credeva imminente (avemmo invece la stasi del fronte e i sette terribili mesi seguenti) trovava la morte.
Noi partigiani, che sempre siamo stati disponibili a distinguere tra i fascisti, a comprendere ogni disorientamento della mente umana, tant’è che in infinite occasioni abbiamo teso la mano a quanti potevano essere recuperati, non potremo mai, davanti a tanto orrore, dimenticare, nè perdonare.
Questa terra sulla quale combattevamo per difenderla dall’invasore straniero e per proteggerla dagli orrori della guerra, diveniva una immensa tomba per bambini, donne, vecchi e partigiani.
Il nome di Marzabotto, nel riverbero degli incendi, dei massacri, entrava così tragicamente nella storia col suo significato universale.