I miei genitori erano contadini, la nostra famiglia era molto numerosa e io sono il settimo di nove figli.
Fui chiamato alle armi nel settembre 1942 e inviato a Mattuglie (Fiume) nella Guardia di frontiera.
Per un anno feci una vita durissima, in servizio assai spesso di pattugliamento, in un clima ostile e gelido e i nostri vestiti erano scadenti e il vitto pessimo.
Quando venne l’8 settembre 1943 fu per noi una giornata di gioia e io pensai che era giunto il momento di regolare alcuni conti col capitano Benini, della mia compagnia, che era un vero tiranno e che, per non avere obbedito a degli ordini che io ritenevo sbagliati, mi aveva per due volte sbattuto in galera. Però non potei fare niente perché all’annuncio dell’armistizio lui non si fece più vedere.
La mattina del 9 settembre, dopo aver distribuito tutto il materiale che si trovava in deposito, ci avviammo, a gruppi, verso Trieste e verso sera, a Mucici, incontrammo dei partigiani jugoslavi che ci presero le armi e persino i vestiti e ci dissero che dovevamo andare in Italia a difendere la nostra terra come loro difendevano la loro terra dai fascisti e dai tedeschi.
Dissero che noi non eravamo responsabili e non ci fecero nulla. Strada facendo però il nostro gruppo si assottigliò e il giorno dopo era formato da sole dodici persone.
All’ingresso di Trieste due ferrovieri, per sottrarci alla cattura dei tedeschi, ci fecero passare attraverso un tunnel che sbucava nella campagna. Ci dissero anche di non prendere alcun treno altrimenti saremmo stati arrestati, e di andare a piedi tenendoci lontani dalle case.
Seguimmo quelle indicazioni e in cinque (tre bolognesi, Trebbi, Marabini ed io, e due ferraresi) ci avviammo per i campi, mangiando uva e dormendo nei pagliai.
La notte del 18 settembre ci fermammo nella casa di un contadino situata vicino alla fabbrica «Barbieri e Burzi» e questo contadino ci accolse molto amichevolmente, ci diede da mangiare e ci indicò i punti dove c’erano i tedeschi. Qui ognuno prese la sua strada.
A casa mia, finalmente, giunsi la mattina del 19 settembre.
Restai nascosto per qualche settimana poi una sera mio fratello mi disse che erano state raccolte delle armi abbandonate da militari che facevano servizio lungo la «Direttissima» e precisò che le armi erano state consegnate a un contadino di nome Cangini, che conoscevo molto bene e che abitava nel podere Cozzo di Mezzo, nella stessa frazione di San Niccolò di Monzuno, dove io pure abitavo.
Quando andai a trovarlo trovai nella casa Umberto Crisalidi, parente di Cangini, che io pure conoscevo. Si parlò di tutto, ma non delle armi; poi ci lasciammo, ma appena fuori dalla porta, Crisalidi cominciò a chiedermi, con tono pacato e severo, cosa ne pensavo della guerra e se era mia intenzione ritornare a combattere.
Io dissi che la guerra l’avevo già fatta e che preferivo darmi disertore piuttosto che combattere una guerra che non era per me.
Allora mi disse di andarlo a trovare a casa sua la sera dopo per recarci insieme a giocare a massino nella casa di un altro contadino, di nome Mascagni, che abitava a Fornelli.
Nella casa, assieme ad altri giovani, c’era Mario Musolesi (il Lupo) che già conoscevo di vista.
Giocammo un po’, poi cominciammo a parlare e piano piano, con cautela, Musolesi cominciò a discutere della guerra, della situazione del paese e alla fine disse che altri potevano fare come lui che aveva organizzato un gruppo per fare la resistenza.
Mi chiese la mia opinione e io gli dissi che ci stavo, però non avevo nessuna arma e senza quelle non si poteva fare niente; ma Musolesi mi rispose che in Italia delle armi ce n’erano. Ci lasciammo con l’accordo di rivederci la sera dopo e da quel momento divenni partigiano della brigata «Stella Rossa».
Non descrivo le azioni alle quali ho partecipato.
Sono stato presente all’attacco di Castelletto-Gardeletta, al secondo attacco dei fascisti e dei tedeschi sempre a Gardeletta e quella volta presi con me, come prigioniero, un «balilla» che poi divenne partigiano. Sono stato presente ai «lanci» e in particolare alla azione di recupero di un grande contenitore di armi che era caduto in località Ginepri, che i carabinieri avevano piantonato, ma noi arrivammo sul posto e portammo via tutto.
A proposito di «lanci», ricordo che dopo questi la brigata installò il comando a Brigadello e in breve raddoppiò la sua forza e si organizzarono le compagnie e allora io fui chiamato a fare il comandante della prima compagnia; avevamo la base a Santa Barbara, ai confini tra Marzabotto e Monzuno dove i fascisti tentarono di fare un rastrellamento ma furono ricacciati con grosse perdite.
La mia compagnia sostenne combattimenti a Pietramala, Monteacuto Ragazza, Monteombraro, dove presi prigioniero un capitano e due tedeschi morirono e facemmo anche molte azioni di sabotaggio, attacchi alle macchine tedesche e prelevammo anche i fascisti in servizio lungo la «Direttissima», tra Vado e Grizzana.
Verso la metà di agosto però mi fu tolto il comando della compagnia — che era a Ca’ di Dorino — senza dirmi il perché e fui trasferito al IV battaglione comandato da Otello Musolesi.
Dopo qualche giorno fui chiamato dal Lupo al comando del battaglione, a Caprara, e fu in seguito a quell’incontro che mi presero il mitra che io stesso avevo preso a un ufficiale tedesco a Santa Barbara durante un combattimento.
Insieme al Lupo c’era anche Crisalidi che cercò di difendermi, ma il Lupo disse che il comandante era lui.
Mi resi conto che il dissenso era sul fatto che io non ero mai stato d’accordo sui metodi autoritari di direzione della brigata e anche su quelli del comandante del battaglione; per me le cose bisognava discuterle, usare dei metodi diversi da quelli dell’esercito.
Poi sotto c’era la questione dei commissari. Il comandante non li voleva e li aveva anche respinti in malo modo. Una volta, a Monte Vignola, mi mandò a chiamare e mi diede una lettera da portare a Crisalidi e ad Agostino Ottani, che erano a San Martino, e nella lettera c’era scritto che i commissari dovevano essere mandati via perché facevano della confusione.
Io non ero d’accordo perché, sebbene avessi fatto solo la quinta elementare, avevo capito che la lotta partigiana non poteva essere solo un fatto militare se si volevano cambiare le cose in Italia.
Comunque era il Lupo che comandava.
Il Lupo era un bravissimo combattente e io lo ammiravo. Però su questi punti sbagliava.
Poi c’era la grave offesa di avermi tolto le armi e specie quell’arma che io stesso mi ero conquistata. Così, disarmato, fui assegnato a una compagnia in formazione con sede a Cerpiano.
Poi, verso la fine di settembre vennero su dei nostri collaboratori di Vado con dei moschetti vecchi e io me ne presi uno con 14 colpi. Con quella misera arma partecipai ai tanti scontri che iniziarono la mattina del 29 settembre.
Alle cinque di quella mattina vidi i primi incendi della strage di Reder e mi avviai da solo verso Ca’ di Germino, dove doveva esserci un gruppo della brigata, ma non trovai nessuno.
Da quella posizione cominciai a vedere 1e colonne dei tedeschi che salivano da Gardeletta e le case in fiamme in direzione della Quercia. Ritornai di corsa a Cerpiano e trovai tutto abbandonato.
Allora slegai il bestiame e mi avviai verso monte Sole e nel passare da Casaglia vidi la gente che stava entrando in chiesa. Camminando nel bosco giunsi a Caprara dove vidi la popolazione civile che stava entrando in un rifugio.
Poi salii sul monte Caprara, dove incontrai Guerrino Avoni e Gastone Sgargi e restammo qualche ora insieme controllando, dal bosco, la strada che saliva da Marzabotto e fu qui che Gastone restò ferito. Sparammo, con poco successo, ma almeno per dimostrare che c’eravamo.
Così fino circa alle otto di sera. Poi mi avviai verso Caprara e nel tragitto vidi le scene del terribile massacro: tutto era in fiamme, il bestiame era impazzito. Mi avvicinai a una casa in fiamme e sentii una voce di bimba che chiamava la mamma.
Entrai e vidi tutte le donne legate con del filo di ferro e crivellate di colpi e tutte in un mucchio. A destra, dietro a una credenza, c’erano due bambine, una di due o tre anni, ferita al fianco, l’altra che aveva uno squarcio nella mascella.
Le tirai fuori proprio nel momento in cui le travi del solaio stavano cadendo in fiamme e nel crollo fu travolta una ragazza di dieci anni circa, che era ancora in vita. Presi le bimbe e le portai nel bosco, sopra a un carretto, poi avvertii il dottor Massarenti, che era medico della brigata, che portò i primi soccorsi poi le consegnò alla guardia della tenuta Beccadelli: la guardia si chiamava Moschetti e abitava a Caprara.
Verso le dieci, le forze che si trovavano su monte Caprara e monte Sole si riunirono, presenti i comandanti di battaglione Otello Musolesi e Cleto Comellini.
La decisione fu quella di spostarsi verso Grizzana, per uscire dalla zona.
Io feci praticamente da guida a una lunga colonna di partigiani. Durante la marcia passammo ancora nelle zone della strage e dappertutto era una visione terribile.
Ci portammo sul fosso Orsarolo, sopra la stazione di Grizzana e qui discutemmo sul da farsi in un clima molto teso: chi voleva tornare indietro, chi voleva con giungersi con gli alleati, chi dividerci in gruppi. Di fatto finì che ci dividemmo.
Io tentai tre volte di passare il fronte a Farneto e l’ultima volta combattemmo e alla fine dovemmo desistere dato il nostro misero armamento.
Poi, insieme a Cesarino Grandi e Ubaldo Nerini, tornai verso Vado seguendo il letto del fiume e ci imbattemmo in una postazione tedesca.
Attraversammo in fretta la strada e i tedeschi ci spararono e poi ci mandarono dietro i cani, ma non ci presero.
Arrivammo alla Casa Rossa, in frazione Brigola e di qui, passando sopra Polverara, raggiungemmo la mia casa alle Piane di San Niccolò.
Qui attesi, in un rifugio, il passaggio del fronte.