Io sono una delle sorelle della medaglia d’oro Mario Musolesi, detto «Lupo», comandante della brigata «Stella rossa».
Ho vissuto in brigata anch’io, come partigiana. Quando mio fratello fu mortalmente ferito, nella battaglia di monte Sole, io mi trovavo con altri partigiani a Casone di Rio Moneta, nel versante di Marzabotto.
Il 29 settembre, il giorno dell’inizio della strage, l’Ornella venne da me dicendo che i tedeschi avevano incendiato diverse case. Non ci credevo.
Feci una corsa su un’altura e i miei occhi non videro altro che case e fienili in fiamme. Tutto ad un tratto sentii degli spari e dei lamenti.
Scappai per avvertire la gente della casa dove abitavo di mettersi in salvo con la roba e il bestiame. Anch’io cercavo di portar via qualche cosa. Ma vidi i tedeschi a poca distanza. Allora corsi per nascondermi, con Bruno, che avevo con me.
La signora Fanti mi mandò dietro sua figlia pregandomi di rimanere e allora tornai indietro con altre donne e bimbi e andai in rifugio. Eravamo in diciotto.
Il primo tedesco che spuntò dalla cantonata della casa diede una rivoltellata all’imbocco del rifugio, colpì una donna ad un braccio. Poi ne giunsero altri e il comandante la squadra dette l’ordine di prenderci fuori.
Ci misero in gruppo di fianco al rifugio e ci portarono via tutto. Ci chiesero se avevamo dell’oro, ci strapparono la «fede», ci presero gli orologi dal polso, frugarono nelle borsette, fracassarono le valigie, distrussero tutto quello che non avrebbero potuto portare con sé e bisticciarono persino per dei fiammiferi e sigarette. Intanto noi, in diciotto, eravamo da circa mezz’ora con la mitraglia puntata davanti, già pronto il nastro delle cartucce, in attesa di essere massacrati.
Un tenente delle SS tedesche girava avanti e indietro, impaziente, poi si avvicinò alla mitraglia.
C’era con loro anche un italiano, un milite delle brigate nere, e il tenente gli parlò in tedesco. Io guardavo da tutte le parti dove potevo scappare, ma i miei occhi non vedevano che tedeschi armati.
Mi sentivo la morte vicino, e una gran sete. Il tedesco ci fece cenno che stessimo più uniti: quello delle brigate nere era proprio contro la mitraglia.
Dissi allora alla signora Fanti: «Ci ammazzano come cani». Le vidi la morte in volto, era colore della terra. Non capivo più nulla, solo sentivo i bambini piangere e gridare: «Non abbiamo fatto nulla… non vogliamo morire...» e si aggrappavano alla giacca del tenente che li respingeva.
Anche le donne gridavano e pregavano di non ucciderle. Questo durò un poco, era straziante. Mi accorsi che anch’io urlavo forte: «Non voglio morire».
Staccai dalla sottoveste una «benedizione» che avevo sempre avuto con me, mi feci il segno della croce dicendo: «Cristo salvami, ho un bambino che ha bisogno di me!»
Allora il tenente fece cenno di abbassare la mitraglia e disse: «Kaput!».
Il milite lo guardò come per chiedergli se doveva sparare o no. Lui gli fece l’occhietto, e mi bastò per capire tutto.
La mitraglia cominciò a sparare, la prima pallottola fu per me, mi passò fra le gambe. Vidi Burzi abbattersi, Bruno pure.
Lasciai il gruppo correndo come una pazza, mi buttai in mezzo a un groviglio di spini di more.
Un tedesco mi vide, accennò ad un altro dove ero nascosta, questi mi trovò subito, io lo pregai di lasciarmi stare, ma lui mi rispose in tedesco e io capii che voleva dirmi che se erano morti gli altri dovevo morire anch’io.
Però non gli riusciva di mettere in canna la pallottola. Appena poté, mi sparò nella testa, non mi colpì benché fossi molto vicina, io mi alzai lasciando la mia roba, corsi via alla disperata, tutti mi sparavano dietro.
Feci una piccola salita, una fucilata mi prese al braccio destro, ma continuai a correre e mi fermai dietro un albero grosso, per vedere da che parte mi sparavano. Ma quando mi staccai dall’albero una pallottola di mitraglia mi colpì alla spalla e al braccio sinistro.
Caddi in ginocchio, sentivo il sangue scorrere per il corpo senza alcun male. Non avevo più forza nelle braccia.
Feci altri centimetri di corsa per giungere alla tana di Sad (un prigioniero indiano), la trovai piena di gente, li pregai di prendermi dentro con loro, ma nessuno si mosse per la paura di essere visti dai tedeschi.
C’era la Maria, le chiesi di assistermi un poco: mi mancava il respiro e in certi momenti non capivo più niente, ma per molto tempo nessuno si curò di me. Poi Carluccio mi venne vicino: ero insanguinata e sporca, facevo spavento.
Mi guardò e disse con Mazzanti: «Come è ridotta non vivrà di certo!» Sentivo in bocca l’odore del sangue. «Bisogna morire», pensavo, e mi venne in mente con disperazione la mia bambina.
Allora strappai un fazzoletto e lo misi sulla ferita della spalla, e di nuovo pregai Maria che mi aiutasse, ma lei mi rispose: «Finché tutto non è calmo non ci muoviamo, altrimenti ci ammazzano anche noi».
In quel momento vedemmo molti tedeschi in fila che passavano. La gente scappava, ma io non potevo.
Pregai Carluccio di nascondermi, e lui prese dei rami di ginepro secco e mi coprì. Mi sentivo malissimo, morivo dalla sete.
Si mise a piovere forte e io mi bagnavo la bocca con l’acqua che grondava dagli spini. Poi non capii più niente, e credo di essere stata senza conoscenza per molte ore, perché quando aprii gli occhi c’era intorno una gran calma.
Carluccio era rimasto, mi aiutò a raggiungere una tana: ero tutta bagnata di pioggia, e avevo la febbre alta. Pensavo alla morte dei miei. Non sapevo più niente di nessuno, neppure se mio marito si era salvato.
Sentii ad un tratto parlare tedesco, balzai fuori dal rifugio, corsi nel bosco sotto la pioggia.
Durante la notte mi trovò mio marito. Sapeva già tutto, non mi disse una parola, mi coprì con un panno di lana. Più tardi mi disse: «Qui fa freddo per te». Mi portò via, non so dove; qualcuno mi medicò le ferite più gravi.
Dopo sei giorni tutta la montagna era occupata dalle SS. E continuava a piovere.
Di nuovo tutti scappammo nel bosco; c’erano tante donne con i bambini, si sentiva sparare da tutte le parti. Verso sera io e mio marito cercammo di ripararci sotto un albero, avevamo l’impressione di essere stati scoperti, perché le pallottole fischiavano a pochi metri di distanza.
Così fino a tardi. Poi venne una notte così buia che pareva di non averne mai vista una uguale, e non trovammo più la strada del rifugio.
Allora cominciò sopra di noi uno scoppiare di cannonate come la grandine. Si vedevano i lampi anche con gli occhi chiusi.
Ci mettevamo qua e là sotto gli alberi più grossi, per ripararci dalle schegge che spesso troncavano i rami. Non so come ci siamo salvati.
Mio marito tentò la sorte; andò da solo a cercare la strada, gli riuscì di trascinarmi fino a un rifugio e mascherò l’entrata con frasche e sassi.
Rimanemmo là dentro tre giorni senza mangiare né bere, e senza alcuna cura. Il quarto giorno mio marito decise di uscire in cerca di viveri, ritornò dopo molto tempo, tutto bagnato fradicio e senza niente.
Mi portò via con sé: non mi reggevano le gambe e lui pure era sfinito. Si mise a scavare la terra con un coltello, fece un buco dove stavamo appena rannicchiati, ma dopo qualche ora di pioggia dirotta la terra cedette e rimanemmo quasi seppelliti.
Sentimmo piangere un bimbo, andammo verso quel pianto.
C’era un gruppo di gente dispersa e affamata. Aldo ci fece coraggio, trovò la via verso il rifugio grande, dove avevamo lasciato tutta la nostra roba.
Portò del pane, portò pure il mio sacco pieno di roba da mangiate.
Ma qualcuno aveva preso il mio pane, e vi aveva messo in cambio delle pagnotte ammuffite che non si potevano mangiare. Mi addormentai così, senza coperte.
Al mattino del 12 ottobre sentii chiamarmi con un filo di voce: era un compagno che si era messo, con altri quattro, in un nascondiglio fatto da loro, un po’ più lontano.
Era ferito, e mi disse che una granata era caduta davanti al rifugio e uno di loro era morto. Lui e un altro erano feriti.
Andai da loro, medicai i feriti come potevo, con un paio di forbici tagliai via tutta la carne nera, morta, li fasciai alla meglio.
Passai giorni terribili, fra i lamenti degli altri e il dolore delle mie stesse ferite.
Un’altra volta fummo scoperti dai tedeschi. Ero insieme con molta gente. Ci portarono via tutti gli uomini, rimanemmo solo noi donne con i bimbi. I tedeschi ci tormentarono portandoci via tutto.
Alle ragazze puntarono contro la rivoltella perché andassero con loro: ormai sembravano bestie. L’11 novembre dovemmo lasciare il nostro rifugio e fuggire.
Fummo costretti ad attraversare i campi perché le strade erano minate. Andammo per un sentiero calpestato dalle cannonate, i fango ci arrivava a mezza gamba.
Piangevamo, ci raccomandavamo a Cristo, i feriti cadevano, i bimbi perdevano le scarpine nel fango. Poi mi mandarono dal comandante tedesco a pregarlo di tenerci lì perché eravamo troppo sfiniti per proseguire.
Prima disse di no, poi decise di trattenere i feriti. Rimanemmo in tredici, gli altri dovettero andare avanti. Uno che era ferito grave morì qualche giorno dopo, fra grandi sofferenze.
Il 3 dicembre i tedeschi vennero nel nostro buco e anche di lì dovemmo sloggiare.
Non avevamo più che le ossa, con tutte le paure dentro, la fame sofferta e altre cose che non posso dire perché voglio lasciarne la vendetta a Cristo, se esiste, e che non dimenticherò mai.
Partimmo insieme ad altri del paese: eravamo trentasei.
Ci condussero per una orribile strada, dove il fango ci arrivava alle ginocchia. Ai lati avevamo i tedeschi armati di mitra.
E di nuovo i vecchi cadevano sfiniti, e i bimbi piangevano e perdevano le scarpe e si trascinavano nel fango. E i tedeschi ridevano a vedere i bimbi piangere per il male ai piedini rotti e scalzi.
Dovemmo fermarci alla stazione, per fortuna ai tedeschi mancavano i mezzi di trasporto, e finalmente ci lasciarono: mezzi morti, ma liberi.
Arrivammo a Casalecchio. Trovai rifugio presso una famiglia che mi fece fare un bagno. Mi riposai una notte, poi telefonai all’istituto dove si trovava la mia bambina e seppi che era salva.
Dopo una settimana di ricerche ritrovai anche mio marito, sebbene molto ammalato, con broncopolmonite ed artrite lombare. Eppure siamo usciti vivi dalla strage. Vivi.
Dopo i rastrellamenti tedeschi, dopo sessantasette giorni passati in prima linea, dopo la fame e le ferite e la paura. Vivi con tante cose che non potremo dimenticare.