Dall’inizio della lotta armata nella montagna fino alla liberazione io sono stato il commissario politico responsabile della Brigata «Stella Rossa» che ebbe le sue prime «basi» nella frazione Vado di Setta dove praticamente ho trascorso tutta la mia vita, lottando contro la miseria, per gli ideali del socialismo e contro il fascismo anche prima della Resistenza.
Gli anni della lotta armata nella «Stella Rossa» furono certo i più duri, ma anche i più belli della mia vita: finalmente eravamo all’attacco ed eravamo sicuri che alla fine avremmo vinto.
La mia origine di lavoratore dei campi, i sacrifici, il duro lavoro «da buio a buio» in cambio di pochi soldi, lo sfruttamento e le privazioni, accompagnate dalle amarezze che solo un «figlio di nessuno» può conoscere, avevano fortemente contribuito a darmi delle idee nuove e anche una modesta preparazione politica che fu poi estremamente utile nella lotta di liberazione.
Avevo vent’anni quando fui chiamato per il servizio militare e, su mia richiesta, fui assegnato al corpo delle Guardie di Finanza di stanza a Verona.
Dopo vari trasferimenti, l’inizio del conflitto mondiale 1915-18 mi trovò a Bardonecchia (servizio a Modane - Francia) inquadrato con il 1° battaglione di Finanza adibito ai compiti di servizio politico-militare ai confini fra l’Italia, la Francia e la Svizzera.
Il 30 settembre 1919 fui congedato e fui messo a contatto a Como con un’organizzazione sindacale costituita per difendere delle rivendicazioni avanzate dai militari per il servizio prestato. Rientrato poi al mio comune di origine, ripresi il duro lavoro dei campi e in quel periodo diedi un contributo alla costituzione della prima Lega dei contadini.
Le alterne vicende delle lotte contadine, guidate dalla Lega locale, di cui fui segretario per due anni e cioè dal 1920 al 1922, contribuirono a scuotere dalla soggezione e dallo sfruttamento i lavoratori della categoria, fra i quali già germogliavano ideali di orientamento socialista.
Al termine di molte lotte, culminate con la sospensione della trebbiatura per impedire il crumiraggio, nel mese di agosto del 1920 fui arrestato e rinchiuso per tre mesi nel carcere di San Giovanni in Monte di Bologna.
Al ritorno, confortato dalla solidarietà della popolazione di Vado, che in quell’occasione organizzò commoventi festeggiamenti, ripresi il mio posto di direzione della Lega contadina e a quel posto restai fino ai primi mesi del 1922, fin quando, cioè, il fascismo, con la violenza dichiarò sciolta l’organizzazione.
A seguito delle prepotenze e delle continue pressioni del proprietario del fondo in cui prestavo la mia opera, nel 1923 abbandonai tale lavoro, per cercare un posto nell’industria e così lavorai per cinque anni alla costruzione della galleria di Monte Adone della ferrovia «Direttissima» Bologna-Firenze.
Licenziato da Monte Adone, ripresi il lavoro nel comune di Castiglione, ma anche qui, il 13 marzo 1929, fui licenziato al termine di due anni di lavoro e la motivazione era «perché socialista».
Il giorno 26 dello stesso mese si tennero le famose elezioni-beffa indette dal fascismo per il si o il no al regime. Poiché, unitamente ad altri tre cittadini di Monzuno (fra i quali il parroco di Trasasso, don Rossi) ero stato giudicato responsabile di avere espresso «il barbaro coraggio» di dire no al fascismo, da un tribunale fascista appositamente insediato a Monzuno, fummo tutti e tre giudicati sovversivi al regime e condannati a sottostare al boicottaggio mediante la esclusione dal godimento di elementari diritti, primo dei quali quello al lavoro.
Fui così costretto ad emigrare per mantenere la famiglia (nel frattempo mi ero sposato ed avevo quattro figli); prima andai in Alto Adige, successivamente a Fiume, poi in Sardegna e per ultimo nell’Africa occidentale.
Rientrai in Italia nel 1939 e trovai i miei figli ormai adulti e la moglie malata; con risparmi veramente sudati acquistai un pezzo di terra, denominata da me «Disperata» (futura sede di reclutamento di partigiani) e qui lavoravo per ricavare il minimo necessario al mantenimento della famiglia.
L’8 settembre 1943, in seguito al messaggio del maresciallo Badoglio, in un’atmosfera di crescente avversione al fascismo, insieme a Giorgio Ugolini, studente liceale, diedi inizio alla raccolta delle prime armi che i militari di passaggio o di servizio lungo la ferrovia «Direttissima» Vado-Grizzana, abbandonavano senza preoccuparsi del pericolo causato dall’arrivo dei primi reparti tedeschi.
Le armi raccolte, venivano nottetempo trasferite in località Bellaria di Vado e occultate nel bosco soprastante.
Quindici giorni più tardi, rientrò da Roma, dove aveva combattuto col suo reparto contro i tedeschi a porta San Paolo, il concittadino Mario Musolesi detto il Lupo.
Presi subito contatto con lui conoscendolo come un giovane dotato di grande coraggio e di idee contrarie al fascismo.
Gli dissi quello che avevo fatto per raccogliere armi e munizioni e lo misi al corrente degli avvenimenti che stavano maturando.
Insieme decidemmo di dare vita ad un primo nucleo di partigiani armati, nella speranza e nella fiducia che questa prima iniziativa avrebbe favorito l’afflusso di giovani alla Resistenza.
Il Lupo ed io ci incontravamo con alcuni giovani particolarmente coraggiosi, capaci cioè di dare il primo esempio con azioni dirette a colpire i locali rappresentanti del fascio ed anche a svolgere primi colpi di mano contro i presidi tedeschi nella zona.
Tutto riuscì nel modo migliore e fu merito di questa avanguardia se si poté ben presto dare inizio nella zona alla guerra partigiana vera e propria.
Fra i giovani di questo primo gruppo ricordo Giovanni Rossi, Alfonso Ventura, Guido Tordi e Sugano Melchiorri.
La nostra attività consistente nel curare il reclutamento di giovani del luogo e militari sbandati, nonché nell’assalire pattuglie tedesche di passaggio, causò ben presto pesanti preoccupazioni nei locali comandi nazi-fascisti, mentre cresceva attorno a noi la simpatia dei cittadini delle nostre vallate e cominciava a svilupparsi la solidarietà.
In molte occasioni, fra i primi d’ottobre 1943 fino agli ultimi giorni del settembre 1944, in tutto il periodo, cioè, di attività della Brigata «Stella Rossa», la simpatia e la solidarietà della popolazione e specie dei montanari, si trasformò in collaborazione attiva e ciò consentì di accelerare la formazione della Brigata, di assicurarle la necessaria protezione e anche di favorire i successi di molte iniziative militari.
Se però questo apporto di simpatia e di collaborazione fu determinante per la «Stella Rossa», è anche vero che non mancarono difficoltà e persino veri e propri atti di tradimento.
Clamoroso fu il tradimento di Olindo Sanmarchi, militante della brigata nera, finanziato dalla stessa, il quale assoldò un sicario che, introdottosi fra quanti giungevano da più parti per combattere i nazifascisti, un giorno, armato di pugnale, approfittando di una pausa di riposo, (dopo una notte impiegata all’attacco di pattuglie tedesche sulla via Porrettana) tentò di uccidere il Lupo.
Soltanto il tempestivo intervento del partigiano Alfonso Ventura, anch’egli accovacciato nel rifugio e svegliato dalle grida lanciate dal Lupo, già ferito da tre pugnalate del sicario, riuscì ad impedire l’uccisione, freddandolo con il revolver.
Successivamente fu ordinata una inchiesta che determinò la responsabilità e lo smascheramento del Sanmarchi.
Molti furono gli scontri armati ed i combattimenti veri e propri con i fascisti ed i tedeschi.
Tanto che è impossibile ricordarli tutti. L’attività della «Stella Rossa» non ebbe mai pausa. Per citarne alcuni parlerò dei combattimenti di Monte Sole (28 maggio 1944 e 29 settembre 1944).
Il 28 maggio 1944, i tedeschi, a conoscenza che gruppi di partigiani, ritenuti male armati, si erano accampati sotto Monte Sole, in località Ca’ Bragadè, giunsero in forze, a bordo di autocarri, sino alla località Gardeletta, risalendo poi la montagna soprastante con l’intenzione di accerchiare i partigiani.
Il Lupo, informato da staffette appositamente dislocate nei vari casolari disseminati lungo i versanti del Setta e dei Reno, predispose accuratamente gli uomini (circa 150 partigiani) per sostenere l’attacco dei tedeschi e dare loro una dura lezione.
Al primo contatto, si verificarono sporadiche sparatorie con l’uccisione di una decina di tedeschi.
Disorientati dall’imprevista resistenza, i tedeschi fecero affluire da Bologna notevoli rinforzi, dando inizio, verso il mezzogiorno, ad una vasta azione d’attacco con l’impiego di mitragliatrici e mortai, azione che si protrasse fino all’imbrunire.
I nostri mantennero un atteggiamento fermo e disciplinato e il comandante Lupo poté controllare la situazione in ogni luogo per tutta la durata della battaglia.
La sera, mentre i partigiani si sganciavano a gruppi dal contatto con i reparti tedeschi, gli stessi raccolsero a decine i corpi dei loro commilitoni uccisi, rientrando alle basi di partenza, e furono loro stessi a dirsi sorpresi della preparazione e dell’aggressività di una banda armata che non prevedevano avesse quelle proporzioni.
Dopo questa prima battaglia, la Brigata «Stella Rossa» fu conosciuta ovunque, negli ambienti amici e nemici non solo della zona, ma anche in città e il successo ottenuto aumentò notevolmente la forza e l’entusiasmo dei partigiani e degli amici che ci sostenevano nei modi e coi mezzi più vari.
Dopo molti altri scontri armati svolti praticamente in tutta la catena montuosa che va da Sasso Marconi a Pietramala, in Toscana, e non mi soffermo sui numerosi attacchi in paesi e a presidi fascisti e tedeschi (Montepastore, Vergato, Tolè, Monzuno, e tanti altri), venne la battaglia di Monte Sole del 29 settembre 1944.
Da giorni lungo la strada Val di Setta avevamo notato un gran movimento di forze armate tedesche messe in agitazione dalla crescente infiltrazione delle truppe alleate che già premevano dalla Futa e da Castiglione de’ Pepoli.
I nostri timori, poi confermati dai fatti, ci facevano pensare che i tedeschi avessero bisogno di attestarsi su Monte Sole nel tentativo di frenare l’avanzata alleata nei versanti dei fiumi Setta e Reno.
Già il 26 settembre avevamo ricevuto informazione dalle nostre staffette dislocate nei casolari e nelle borgate lungo la Val di Setta, sul movimento delle truppe tedesche di stanza a Monzuno, Vado, Grizzana e Marzabotto e di alcune avanguardie di paracadutisti prima di stanza sul fronte toscano.
Dal 26 al 28 settembre, nonostante che il Lupo ed il comando della «Stella Rossa» fossero contrari al raggrupparsi eccessivo di civili attorno ai reparti combattenti, molte decine di famiglie cominciarono ad abbandonare le loro case portando con sé l’indispensabile, risalendo la montagna per unirsi ai partigiani.
Il Lupo diede ordine a tutti i comandanti di battaglione e di compagnia di predisporre uomini e mezzi per fare fronte ad ogni evenienza, non ultima quella di resistere ad ogni costo sulle creste di Monte Salvaro e Monte Sole per non essere ributtati a valle unitamente ai civili.
La notte fra il 28 e 29 settembre già eravamo convinti dell’imminente scontro e perciò, nonostante il cattivo tempo ed il persistere di una scrosciante pioggia, le sentinelle appostate in cima ai monti ed a valle dei nostri accampamenti non furono ritirate, proprio perché vigilassero sui movimenti tedeschi.
All’alba del 29 settembre ebbe inizio l’attacco contro la «Stella Rossa» e, simultaneamente, l’inizio dell’eccidio in massa della popolazione di Marzabotto e Vado.
La battaglia cominciò alle 5 del mattino del 29 settembre: i partigiani e i civili erano già in allarme.
Alla stessa ora, da più parti (Gardeletta, Quercia, Pian di Setta, e altre borgate), coordinate dal comando del maggiore delle SS, Walter Reder, si mossero le truppe tedesche, paracadutisti ed SS, certamente in istato di esaltazione e di ubriachezza; cominciarono a salire i pendii incendiando le case e le stalle e spingendo innanzi a loro, per farsene scudo, i civili rimasti nell’interno delle case.
Di qui un susseguirsi impressionante di orrori, di fucilazioni, di violenze senza precedenti.
Nei cimiteri di Cerpiano e di Casaglia i civili vennero ammassati e falciati con le mitragliatrici, poi venne l’attacco a Cadotto, dove aveva sede il comando della «Stella Rossa» e molti degli uomini di guardia, dopo un prolungato scontro, restarono uccisi sull’aia.
A Monte Salvaro gli uomini dei battaglioni di Gelso e Walter combatterono a distanza ravvicinata i tedeschi e non sempre ebbero la peggio, nonostante l’enorme sproporzione di forze.
A Monte Sole il battaglione di Otello venne sottoposto a un continuo fuoco di mortaio e bombe dirompenti, mentre sul Monte Caprara, un reparto di partigiani sovietici passò più volte all’attacco per ricacciare a valle i tedeschi.
Fu una giornata di stragi inaudite, di lotta disperata: i tedeschi volevano seminare il terrore, sfogare il loro odio sul popolo, dimostrare quello che era veramente il nazismo senza la maschera: come tutti sanno 1830 furono i massacrati a Marzabotto e dintorni e fra questi persino dei bimbi di pochi giorni.
La notte ci permise di vedere tutta la montagna disseminata di falò: erano le case bruciate, i luoghi delle stragi.
I tedeschi non avevano ancora vinto la battaglia contro la «Stella Rossa»; in molte zone si erano ritirati nei punti di partenza e da entrambe le parti, in quelle ore, si raccolsero i morti e noi cercavamo di curare alla meglio i feriti, che erano molti.
Dal mattino non avevamo avuto notizia del Lupo e certo non l’avremmo più visto.
Mario Musolesi era morto in combattimento, a Cadotto, dove il comando fu accerchiato.
I nostri combatterono fino all’ultimo per contrastare la marcia del terrore di Reder e della sua banda di seviziatori e di assassini.
Morì sempre a Cadotto anche Gamberini, un comandante di compagnia, mentre il vice comandante Gianni Rossi, ferito alle braccia e a un piede riuscì miracolosamente a salvarsi grazie all’aiuto dei contadini che riuscirono a sottrarlo alle ricerche dei tedeschi e a curarlo.
A notte inoltrata, i primi colpi dei cannoni alleati, appostati in prossimità di Creda di Castiglione de’ Pepoili, cominciarono a battere la zona di Monte Sole, che erroneamente ritenevano fosse già occupata dai tedeschi, mietendo ancora vittime fra i civili e uccidendo altri partigiani.
Ritornata la calma sull’intero versante del Setta, si attese l’alba del 30 settembre, un giorno di nuove battaglie e rappresaglie naziste ancora più feroci.
Poi una parte della Brigata si unì agli alleati e un’altra parte raggiunse, in vari gruppi, le «basi» partigiane di Bologna, in tempo per partecipare alle battaglie del novembre.
La nostra Brigata, sorta indipendentemente da apporti politici e dal CLN, accolse anche alcuni commissari del CLN fuggiti dal carcere di San Giovanni in Monte a seguito del noto colpo di mano attuato dai gappisti di Bologna il 9 agosto 1944.
Fra questi ricordo Aldo Ognibene, Ferruccio Magnani e Agostino Ottani. Per le particolari caratteristiche della Brigata, formatasi, come ho detto, senza alcun apporto politico esterno, i rapporti fra il comando militare della Brigata ed i commissari politici esterni non furono sempre improntati alla migliore comprensione e collaborazione.
La mia autorità e le mie funzioni di commissario responsabile non furono mai messe in discussione proprio perché io avevo fatto parte del gruppo iniziale della Brigata e non venivo dalla città o dalle sedi politiche.
Il Lupo mi ha sempre riconosciuto e stimato come commissario perché ero venuto su con lui e con la Brigata fin dall’inizio, ma non gradiva la presenza di uomini politici esterni, anche perché, per il suo carattere, voleva che la Brigata fosse un organismo il più strettamente possibile militare.
Ciò nonostante il lavoro politico e formativo svolto dai commissari, in nome del CLN, fu proficuo, nel senso che i giovani combattenti, nelle pause fra un trasferimento o un combattimento, venivano adeguatamente preparati per meglio comprendere i compiti finali e di lunga prospettiva del governo di coalizione antifascista all’indomani della vittoria dell’antifascismo e della Resistenza.
Durante il periodo della lotta la Brigata «Stella Rossa» ebbe, per diverse vie, rifornimenti di armi, munizioni, viveri, indumenti e denaro.
Preponderante fu, in ogni momento, l’aiuto materiale e morale delle popolazioni locali, mediante rifornimenti di viveri (parte a pagamento), ospitalità nelle cascine, occultamento e cure ai partigiani feriti, sepoltura dei partigiani morti in scontri con pattuglie tedesche o dopo i combattimenti.
I «lanci» avuti dagli aerei alleati, predisposti mediante accordi del CLN e parole d’ordine («Mario si prepari», «Gli uccelli cantano» e altre) ricevute via Radio Londra, contribuirono a migliorare l’armamento ed il vettovagliamento dei partigiani.
Preceduti dalla disposizione di fuochi accesi triangolarmente, i «lanci» consistevano in fusti di vario peso contenenti munizioni, bombe a mano, mitragliette «Sten», pistole automatiche, indumenti e anche generi di conforto.
Non sempre i «lanci» furono effettuati e portati agevolmente a compimento a causa del continuo disturbo dei tedeschi, assai prossimi con le loro postazioni agli spazi dove venivano accesi i fuochi d’avvistamento.
In alcune occasioni occorreva seppellire tempestivamente i fusti paracadutati e spostarci da un accampamento all’altro, per poi tornare sul posto dopo vari giorni. A volte fummo anche sottoposti a lanci di spezzoni incendiari da parte di aerei-spia tedeschi. Dal CLN, in ripetute occasioni, la Brigata ebbe denaro e munizioni: una volta ci fu consegnato anche un apparecchio radio-ricevente-trasmittente.
In occasione di un mio contatto a Bologna con il CLN ricevetti da Sante Vincenzi (ucciso dai tedeschi all’alba della liberazione di Bologna) la somma di L. 120.000, per l’acquisto di viveri.
Anche Ferruccio Magnani e Agostino Ottani portarono in Brigata del denaro del CLN, insieme a messaggi e bollettini che venivano letti nelle riunioni ai partigiani.
La nostra Brigata ebbe nel suo seno anche diversi militari dell’arma dei carabinieri, parte preponderante dei quali proveniente dal distaccamento di Castiglione de’ Pepoli. Comandante di quel distaccamento era l’allora tenente Saliva, che fu un combattente franco e coraggioso e ricordo che fu anche ferito durante un combattimento.
Nella tarda primavera del 1944 (maggio-giugno), la Brigata «Stella Rossa» ebbe una scissione interna, dovuta soprattutto alla concezione diversa sulla tattica e la strategia da adottarsi nella guerriglia partigiana fra i due migliori dirigenti della Brigata e cioè Mario Musolesi e Sugano Melchiorri.
In quel periodo il grosso della Brigata si trovava sull’Appennino modenese, vicino a Zocca.
Una notte, per poco, dalle parole non si passò ai fatti. Dopo una vivacissima discussione fra il Lupo e Sugano, fu fatta la «conta» di chi voleva andare con l’uno o con l’altro.
La maggioranza dei partigiani, pure apprezzando il concreto apporto dato da Sugano per il prestigio ed il potenziamento della Brigata, preferì restare col Lupo. Sugano, seguito da un gruppo di un centinaio di uomini, ci lasciò per andare a raggiungere la Divisione «Modena», comandata da Armando, operante a Montefiorino.
Dopo la battaglia di fine settembre a Monte Sole, insieme a 34 partigiani e numerose donne, divisi dal grosso della Brigata rimasta priva del comandante Lupo e del vice-comandante Gianni Rossi, mi trasferii a Castiglione de’ Pepoli, mettendomi a contatto con il comando alleato e più precisamente con il governatore della zona.
Al seguito delle truppe alleate, il giorno 22 aprile 1945 scendemmo a Bologna, dove demmo inizio all’opera di solidarietà verso la popolazione e le famiglie dei partigiani della nostra Brigata, prodigandoci per la tutela degli interessi morali e materiali di quanti avevano contribuito alla vittoria sui nazifascisti.
Fui inoltre assieme a coloro che promossero e procedettero al ritrovamento e riconoscimento della salma del Lupo.