Il 29 settembre 1944 mi trovavo a Cadotto, in comune di Marzabotto, con una decina di altri partigiani della brigata «Stella rossa» e una ottantina di persone.
Verso le cinque del mattino ci accorgemmo di essere stati circondati dai fascisti e dalle SS tedesche. Io e i miei compagni, che dormivamo in una stalla, ci rifugiammo nel fienile per cercare di fermare l’avanzata dei fascisti e dei tedeschi.
Un gruppo di questi cominciò a lanciare bottiglie piene di benzina e bombe a mano facendo incendiare il fieno e costringendoci a ritirarci nella stalla per mezzo di una botola interna.
Allora ricominciammo a sparare, ma mentre eravamo impegnati a rispondere al fuoco, un gruppo di fascisti e di SS si introdusse nelle case dei civili uccidendoli tutti.
La nostra resistenza durò fino alle ore 14 dello stesso giorno.
I fascisti e le SS portarono sul posto un mortaio e con alcuni colpi buttarono giù la costruzione in cui ci trovavamo.
Dal crollo ci salvammo in quattro, ma eravamo in brutte condizioni, feriti in più parti.
Tuttavia riuscimmo a trascinarci fra le macerie e a raggiungere una cantina dove ci nascondemmo fra i tini del vino e qui restammo fino all’inizio della notte.
Avevo conservato una pallottola perché, piuttosto che cadere nelle mani dei fascisti, mi sarei sparato da solo.
Quando sentimmo che fuori era ritornata la calma decidemmo di uscire e, scavalcando i corpi delle persone uccise, ci portammo nel bosco verso la località Termine e da quel luogo vedemmo che Termine era in fiamme.
Nel bosco restammo fino alle dieci del 30 settembre, dopo di che io e un altro partigiano (degli altri due superstiti non ho più saputo niente) cercammo di attraversare a guado il fiume Setta in località Cattani.
Giunti a metà del fiume, dal ponte che attraversa il fiume stesso, un gruppo di SS che stava minando il ponte ci vide e, sparando, ci costrinse a tornare indietro.
Il mio compagno scappò per il bosco ed io, essendo ferito alle gambe, mi trascinai in un fosso rimanendo fermo fino a mezzanotte circa.
Con il buio riuscii poi ad attraversare il fiume e a raggiungere un rifugio al Casone, vicino alla mia casa.
Il rifugio era pieno di persone e quando mi videro arrivare mi mandarono via perché nella zona c’erano le SS.
Mi portai quindi in un altro rifugio, che avevo costruito prima di andare via da casa e in quel rifugio rimasi otto giorni, ferito, con solo un po’ di acqua da bere.
Da lì sono poi stato portato via dagli americani che mi hanno condotto all’Ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze.